Sensibilità

Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno. La nostra sapienza ci ha reso cinici, l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che macchine, l’uomo ha bisogno di umanità. Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto“.
(C. Chaplin)

 

Che cos’è la sensibilità? Difficile darne un’esatta definizione, nemmeno quella di un vocabolario può essere sufficientemente corretta ed esaustiva. E nemmeno tutte le varie sfumature che poeti, scrittori, studiosi ne hanno dato nei secoli o quelle proprie che ognuno di noi può ritenere giuste sono realmente soddisfacenti. Perché la sensibilità è un qualcosa che si ha dentro, è un qualcosa di intimo, personale, quasi segreto. E ciascuno ne ha la sua privata concezione.

Che cos’è per me la sensibilità? È un modo di sentire il mondo. Quasi sempre, purtroppo, poco compreso dall’altro e visto, anzi, come una esagerazione, una cosa fastidiosa, persino una cosa da nulla. Perché sono tante le volte che ci si può sentire dire: “Eh, ma dai, come sei sensibile, su!”, “Bah, io non capisco di cosa ti preoccupi. Con questo tuo essere sensibile a tutto allora nulla va bene” o, ancora “Ma che esagerato che sei, con questa storia che sei sensibile non ti si può dire nulla!”.

Eh no. Ognuno può dire ciò che vuole, compresa una “persona sensibile”: in quanto essere libero pensante, seppur “affetto” – come pensano molti – da questa strana “malattia”, è liberissimo di fare le proprie considerazioni. Su quello che gli viene detto, su discorsi altrui, su opinioni, su fatti. Senza, ogni santa volta, sentirsi sminuire la propria opinione in quanto detta da una “persona troppo sensibile”.

Che cos’è dunque, per me, la sensibilità? È un modo di vedere la realtà, amplificando, magari troppo, i propri sentimenti e le proprie emozioni. È parte di sé da sempre ed è un qualcosa di assolutamente spontaneo, naturale. Magari per molti inutile, noioso, fastidioso, ma è un qualcosa che c’è. Non ce l’hanno tutti, ma esiste. Bisogna farsene una ragione. E no, chi si definisce sensibile non è per questo “ipocrita” o “permaloso” o “facilmente suscettibile”. Non c’entrano nulla queste facili etichette. Sono solo sinonimi sbrigativi dati da chi di sensibile ha ben poco.

La sensibilità, per me, è il non restare indifferente. Il sentirsi coinvolto emotivamente in tutto, forse esagerando, forse mettendoci il cuore dove non ha alcun senso razionale, ma è proprio questo il punto: la razionalità. Perché è ovvio che tutti noi siamo esseri, chi più chi meno, razionali, siamo esseri pensanti. Ma siamo anche esseri umani, fatti per l’appunto di sentimenti. E c’è chi i sentimenti li mette e li trova in tutto quello che fa.

La sensibilità, per me, è il non cercare di offendere nessuno solo per il gusto di farlo, nemmeno a parole, nemmeno con una battuta. È il cercare di avere sempre rispetto per l’altro, qualsiasi essere vivente si tratti. È il cercare sempre di mettersi nei panni degli altri. È il sentirsi in colpa se si pecca anche di piccole indifferenze, cattiverie, superficialità. È il mettersi sempre in discussione, specie nei rapporti interpersonali. È il non sopportare chi fa tanti discorsi generalisti per criticare la massa, sia una massa piccola o grande.

È il sentirsi ferito per una parola di troppo o una che non viene detta, per un gesto mancato o per un altro che invece sarebbe stato meglio evitare. È il cercare di mettersi nei panni altrui, anche se questo altrui lo si può criticare, non sopportare, non amare. È l’arrabbiarsi, l’indignarsi quando magari gli altri ridono a crepapelle. È l’arrabbiarsi, anche tanto, quando si viene feriti anche solo a parole.

È l’isolarsi quando tutti stanno insieme, il chiamarsi fuori dal gruppo, ma non per questo volerne stare fuori. È il guardare il mondo quasi in disparte, fuori dalla folla, ma con occhi attenti, che cercano di capire tutti, senza lasciare nessuno al di fuori, senza per forza criticare. Cercando di scoprire il più possibile chi si ha di fronte ed evitando di giudicarlo solo per quello che mostra ad un semplice primo sguardo.

È l’essere ferito da chi si definisce amico o fratello, ma che è quasi assente nella tua vita, persino con semplici piccoli gesti. È l’emozionarsi più e più volte al giorno, anche semplicemente guardando il solito tramonto di tutte le sere o il solito film visto e rivisto. È il mostrarsi spesso impacciati, un po’ imbranati, pur essendo in realtà forti e determinati. È il sentirsi in minoranza, ma felici quando si incontrano persone che capiscono come davvero sei. È la necessità di cercare sempre di non essere superficiali.

Essere sensibili, per me, è essere schivi, timidi, riservati, ma al contempo socievoli, allegri, entusiasti della vita. Un essere complicati insomma, difficili da essere decifrati. Ma per questo molto attenti al peso delle parole, anche delle più comuni definizioni, come “amico”, “compagno”, “famiglia”.

È un vivere la vita con tanta testa, ma con altrettanto tanto cuore, senza minimamente vergognarsene. Ed incazzandosi per esser sbrigativamente giudicati “deboli”, “esagerati”, “troppo complicati”, specie da chi dice che ci conosce. Perché la sensibilità non è un qualcosa che penalizza o complica la vita. Semmai, è precisamente l’esatto contrario.

 

(L.)

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“Volevo fare la fioraia”

Di giudizio si muore, anche in giovane età, soprattutto in giovane età. Quando le difese sono in crescita, l’ingenuità è divertente ed essenziale. Colpiti da piccoli, senza nessuno a pararci le spalle, siamo fregati, per lo meno fino a quando non incappiamo in un’epifania sublime, che ci tira in testa la più sonora delle mazzate. Se, invece, questo non avviene, è una vita di rinunce, repressioni, dolori. Se avviene, non è detto che basti una volta sola: i bernoccoli non sono mai sufficienti all’esperienza.

Da piccola volevo fare la fioraia. Vendevo (si fa per dire) alla mia famiglia le piante del nostro giardino. Era divertente, mi piaceva illustrare le varie qualità dei petali, delle foglie, lavorare all’aria aperta, in un luogo in cui mi sentivo a mio agio. Tra le mie professioni preferite c’era anche la scrittrice. Diciamo che questa in parte si è realizzata, ma solo in parte, soprattutto perché non mi sono data l’opportunità di farlo fino in fondo, come se non lo meritassi, come se fosse un privilegio di chi non deve lavorare, come se avessi dovuto rinunciare alla creatività per fini più nobili. Non mi sento vittima della società, in fondo anch’io ho partecipato alla svalutazione dei miei sogni, ma la costante richiesta di perfezione e il giudizio gratuito e spassionato, che nascono nell’ambiente che ti circonda, presto iniziano a far parte di te e ti spingono a mettere in un angolo tutto quello che non è ritenuto utile, prestigioso, necessario. E’ evidente come negli ultimi decenni la cosa che più è stata tagliata fuori da questi tre parametri sia l’arte, in ogni sua forma. Il sistema capitalistico ci ha regalato il benessere delle cose, ma non dell’anima. Avanti il produttivo e il remunerativo. Avanti i corsi di ‘inglese, informatica ed impresa’ (a me la Moratti fa venire ancora gli incubi…). Avanti i tagli alla ricerca e alle ore di storia dell’arte. Piano, piano diventa una condizione normale quella di non dare più spazio a tutto quello che ci fa sentire e pensare. In una parola, vivere.

Il blocco della creatività spesso risiede in questo. Non una mancanza di fantasia, ma la costante impossibilità di dar forma alle più elementari e intime necessità artistiche, per paura di essere giudicati strani, folli, per l’incapacità di ‘lasciarsi andare’, tanta è stata la repressione fin da piccoli. Perché non canto in pubblico? Perché non mi lascio il tempo di scrivere ogni giorno qualcosa? Perché non leggo davanti ad una platea di occhi interessati? E perché se riesco a farlo in un raro attacco di ‘coraggio codardo’, arrivo all’ultima parola senza rendermi conto di avere anche solo iniziato? L’arte, in pubblico o in privato, ha bisogno di applicazione, di studio, certo, ma soprattutto di non-giudizio, prima di tutto del nostro. Chi permette al proprio flusso vitale di uscire secondo natura è il vero vincitore nel mondo. Quale libertà più anelata se non quella di essere fino in fondo quello che il corpo e la mente ci chiedono di essere? Non importa se rideranno di noi, ci sarà sempre chi sminuirà il nostro lavoro per invidia, per incapacità di accettare l’altro o per semplice incomprensione. L’importante è non essere noi stessi i primi a togliere valore alle nostre azioni. Se non lo facciamo, avremo sicuramente intorno qualcuno disposto ad accoglierci, anche se non è d’accordo, anche se la nostra performance è stata stravagante, sul palco come nella vita. Questo è il punto di forza degli artisti che davvero riescono ad essere tali. Non importa votare la propria esistenza al sipario aperto, di teatro e magia è pieno ogni angolo della quotidianità: un biglietto d’auguri, una canzone al proprio amato, un pranzo gustoso, una stanza piena di fiori, un muro da imbiancare, una foto con i propri amici.

Il cammino della vita e dell’arte, però, non incappa solo nella mancanza di fiducia e nella paura del giudizio. Anche la sciattaggine e l’incomprensione giocano il loro ruolo. Che senso ha rompere gli schemi, gridare in faccia alla gente o sussurare idee rivoluzionarie se non si ha idea del contenuto profondo delle nostre azioni? E ancora, che senso ha fare tutto questo con approssimazione, senza curarsi minimamente della forma che gli diamo? Mi vengono in mente i ‘grillini’ (non me ne vogliano sostenitori e membri del M5S): l’onda rivoluzionaria ha perso molta forza (nonostante la grande partecipazione al V-Day dei giorni scorsi) una volta che dalle ‘grida rivoluzionarie’ ci si aspettava il passo verso qualcosa di più concreto, ovvero, l’attuazione di quello che si era duramente sostenuto per mesi. Rimane il fatto che un movimento del genere era, forse, necessario al nostro Paese e che questo sia servito comunque a qualcosa. Ma non resta, in fondo, la delusione per non aver portato a termine la missione che ci si era prefissati? L’urlo, senza una parola e un tono recepibili da chi lo riceve, resta uno sfogo personale, sempre utile all’anima, ma più alla nostra che a quella dell’altro. Sapere cosa vogliamo esprimere, come lo vogliamo fare e a chi ci vogliamo dirigere rende la nostra comunicazione efficace e duratura nel tempo. Questo ci permette di ‘arrivare’ davvero. Nessun elogio allo studio, solo un piccolo escamotage per dare delle solide ali alla nostra creatività.

Che dire, infine, del mio lavoro di fioraia? In fondo non ho molti rimpianti per non esserlo diventata. Quello che mi dispiace è non aver ricercato per molto tempo le sensazioni che questa fantasia mi dava: il benessere e la gioia nell’avere realizzato la mia aspirazione più grande. Per fortuna, dopo tanti colpi in testa, è arrivato quello giusto. E visto che ormai è dicembre, che siamo inesorabilmente entrati nell’ultimo mese dell’anno e che, volenti e nolenti, due somme le tiriamo, ecco un consiglio per i prossimi ‘buoni propositi’: fra un viaggio e l’amore della vita, desideriamo anche tanti bernoccoli. E per i più piccoli chiediamo che possano giocare a fare l’astronauta, la parrucchiera, il ballerino, la dottoressa. Potrà far ridere, ma credo che molti di noi si siano salvati così.

S.

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La lingua del Novecento

Anna Maria Cancellieri. Nicky Vendola. Fabio Volo. Masterpiece. Primarie PD. Scissione PDL. Sardegna. Un elenco, freddo, algido, senza commenti. Nomi, ma non solo, che stanno a significare l’orgia bulimica e insopportabile che nelle ultime settimane intasa le bacheche di Facebook o le time line di Twitter di molti italiani. I commenti, i cinguettii, gli status, i post di molti di noi contengono grida di sdegno, sfoghi, bestemmie, insulti. Altri denotano stanchezza, rassegnazione, indignazione. Pochi quelli che portano una critica costruttiva, una voce fuori dal coro, un punto di vista diverso. Fino ad oggi, fino a quando un mio amico (vero, ci conosciamo dalle elementari e non abbiamo mai avuto bisogno di Facebook per rimanere in contatto nonostante i settecento km che ci hanno separati per anni) ha postato il link ad un’intervista a Claudio Magris pubblicata sul Fatto Quotidiano. Ora, cosa c’entra un vecchio professore di letteratura tedesca, in pensione, con il triste e lungo elenco che ho fatto all’inizio di questo post? C’entra perché le parole di Magris giungono come un raggio di sole ad illuminare la lunga notte dell’Italia reale e 2.0. In un momento in cui tutti possono opinare su tutto, leggere un’intervista in cui si dichiara che “Cento anni fa Il piccolo alpino di Salvator Gotta vendeva più copie delle poesie di Saba, ma nessuno si sognava di pensare che interpretava meglio il suo tempo perché vendeva di più”, come a dire che a pensarci bene Fabio Volo non rappresenta nulla di nuovo, fa tirare il fiato e, lo ammetto, fa sentire meno soli. Certo cento anni fa non diventava letteratura quello che vendeva: la qualità non la dettava il mercato, esattamente come le leggi di uno Stato non seguivano i capricci della finanza. Ma dopo essere stato  choosy posso fare anche lo snob e dire in giro che tutto ciò accade “a mia insaputa”.

Non rivelo altro dell’intervista di Magris, nella speranza che anche attraverso questo post andiate a leggerla e proviate quello che ho provato io. Improvvisamente il rumore che mi circondava si è sopito, il cinguettio continuo delle mie time line impazzite si è fermato. Come dicevamo all’ITIS di Savona, nel laboratorio di telecomunicazioni della 5°G, si è pulito il segnale.

L’Italia, Paese che oggi è avvolto da una nube di rumore che da qui, dalla Spagna, appare per quello che è (un labirinto senza uscita), sembra ancora di più condannata ad un lento ed inesorabile declino. Ma quanto meno, ora, dopo le parole di un vecchio professore triestino di letteratura, questo declino ha il candido suono di una prosa che ha ancora rispetto della parola e della storia che essa custodisce. Ha il ritmo di una lingua che ritrova se stessa, lontana dagli insulti e dalla fagocitante volgarità della Rete: una lingua ponderata, che non ha fretta di apparire sulle time line di tutto il Paese, una lingua spoglia di cancelletti (pochi giorni fa è stato creato l’hashtag (?) #Scerbanenco (!)) e chiocciole, una lingua da macchina da scrivere, da carta e penna, una lingua del Novecento: l’Italiano.

(A.)

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Arte e vita

Si può leggere un libro a prescindere dall’autore? Ovvero, i testi possono essere considerati senza tenere in conto la vita di chi li scrive? La domanda nasce spontanea (usando un’espressione di lubraniana memoria) nei giorni seguenti la morte di Tom Clancy, considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei statunitensi, nonché uno dei maggiori esponenti  del techno-thriller, sotto- genere letterario che prevede l’uso di spiegazioni scientifiche veritiere utili allo svolgimento della storia. Nei suoi romanzi (uno su tutti “La grande fuga dell’Ottobre Rosso”) viaggiano di pari passo fanta-politica e minuziose descrizioni di apparati militari o  della macchina amministrativa a stelle e strisce, caratteristiche, queste, riflesso della sua passione per il mondo militare, tanto da volerne intraprendere la carriera, impedita fin dagli inizi dalla sua miopia. Per capire fino a che punto arrivasse la sua passione, aveva un poligono di tiro sotterraneo e un carrarmato, regalatogli dalla moglie. La sua esperienza sul tema, inoltre, non è passata inosservata, in quanto in molti casi l’Esercito degli Stati Uniti lo ha contattato per un parere in cambio di qualche visita privata su aerei, sottomarini e sedi militari. Ciliegina sulla torta, era membro a vita della National Rifle Association, onnipotente lobby dell’industria delle armi.

Portando la domanda iniziale agli estremi: potrebbe un pacifista godersi una delle tante avventure di Jack Ryan (uno dei personaggi principali dei romanzi di Clancy) tappandosi il naso di fronte alle idee politiche e sociali dell’autore?  Potrebbe assaporare il brivido dello spionaggio internazionale senza provare un senso di colpa latente per il tempo dedicato a un manifesto vivente del  libero uso delle armi? Una risposta potrebbe essere che, forse, il pacifista non si interesserebbe neanche a storie del genere, che, insomma, indipendentemente da chi regge la penna (o digita la tastiera), non sarebbe mai attratto da questa tipologia di romanzi. In effetti, quando la produzione letteraria di un autore è così strettamente legata alle proprie passioni e idee è probabile che il lettore possa rifiutare entrambe, o amarle, ma non in maniera disgiunta. Prendiamo, allora, un’altra notizia di questi giorni: Bertrand Cantat torna sulla scena musicale dopo quasi un decennio di assenza. Una pausa dovuta alla sua permanenza in carcere dopo l’omicidio di Marie Trintignant, attrice francese, uccisa a suon di botte durante una lite. L’ex cantante dei Noir Désir, ora nella nuova formazione dei Detroit, regala un pezzo (per i curiosi, “Droit dans le soleil”) che, in tutta onestà, obbliga a chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare. Una delicatezza che poco si associa al gesto violento di cui l’autore è stato protagonista. Può, dunque, una persona essere capace di ammazzare e allo stesso tempo toccare le corde più profonde dell’anima? E se questo è possibile, possiamo scindere le due cose e godere semplicemente della musica e delle parole regalateci da questo cantante?

Forse una prima risposta potrebbe essere legata alla società e al tempo in cui si sta vivendo. Non lascia indifferenti la storia di un uomo che uccide la compagna in un momento storico dove la lotta al femminicidio e alle differenze di genere sta diventando un punto cruciale nell’evoluzione dei popoli. Ma forse, come lettori, possiamo chiudere un occhio davanti alle rocambolesche avventure del Marchese De Sade e intrattenerci con i suoi romanzi, anche senza condividere il suo stile di vita: il cambiamento del concetto di libertino e la lontananza nel tempo dei fatti accaduti ci rendono dei fruitori più ‘clementi’ di fronte al filosofo e scrittore francese, la cui esistenza diventa ‘letteraria’ e ai nostri occhi assume lo stesso valore di quella di uno dei suoi personaggi. E lo stesso ragionamento potremmo farlo per il nostrano D’Annunzio: per lo meno per quanto riguarda la mia generazione (lontana dai ricordi della Seconda Guerra Mondiale), può la sua aderenza al partito fascista rovinare l’immersione nel ticchettio dell’acqua e nell’odore acre de “La pioggia nel pineto”?

Credo, però, che dovremmo fare un ulteriore passo, in quanto tempo e società possono giocare un ruolo importante nella nostra ‘ricerca’, ma certo non la esauriscono. Manca un tassello fondamentale, il più immediato, e anche il più difficile da inquadrare: la natura umana. Accettare la natura ambivalente (per non dire plus-valente) dell’uomo può riportarci ad una visione più realistica della vita: non esistono mostri, o orchi, o (quasi mai) pazzi. Esistono individui che portano in sé il nero e il bianco, come ognuno di noi. La differenza sta nel grado di presenza dei due colori e nelle sfumature che con questi si riproducono.  Il riconoscimento di una complessità nella psicologia umana forse non risolve completamente il dubbio che qui ci si pone, ma può tracciare una linea da seguire: la stessa complessità presente in ogni scrittore, cantante, regista può provocare reazioni distinte a seconda delle capacità empatiche del ‘fruitore’ o della disponibilità di questo a cogliere l’atto artistico in sé senza dar peso al contesto.  Ed è logico che la relazione con le produzioni artistiche vari non solo da persona a persona, ma anche da prodotto a prodotto a seconda della sensibilità che ognuno ha verso un certo ‘tema’.

In conclusione, potremmo affermare  che è davvero un moto intimo dell’anima di ognuno di noi quello che ci fa avvicinare a un prodotto dell’arte o allontanare da questo, e che alla fine, in base alla nostra sensibilità, decidiamo inconsciamente se accettarlo o meno, e se includere nella nostra decisione la vita o le idee di chi ce lo ha offerto. D’altro canto, potremmo anche pensare che la risposta non stia solo dentro di noi, ma nella natura stessa dell’arte, nella sua ‘utile inutilità’, che le permette di esistere in un piano che è altro rispetto a quello in cui viviamo il quotidiano e che la fa sottostare a non-regole diverse da quelle che troviamo nella società. In fondo, come diceva Charles Bukowsky (e di lui sì che ne avremmo di cose da raccontare) nel suo Taccuino di un vecchio sporcaccione, “la differenza tra l’arte e la vita è che la seconda è più sopportabile”. E forse è proprio questo che permette a un verso, una melodia, una storia di andare oltre qualsiasi giudizio morale.

S.

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Memoria e poesia

Il Cile ha gli occhi della mia gatta. Pieni di amore infinito e di una lontananza abissale. Si ritrae alle attenzioni non gradite, non si vende ai falsi complimenti, cerca la compagnia e la solitudine allo stesso tempo, non disdegna una carezza sincera. Se la storia di un Paese si definisse dalle persone che ogni giorno puoi trovare in strada, a casa, a scuola, a lavoro, forse i libri parlerebbero di altri fatti, userebbero altri sostantivi, aggettivi, giudizi. Parlerebbero degli occhi di una gatta. Ma il mondo non va così, la storia la scrivono i potenti, i ricchi, i famosi, per qualsiasi ragione essi lo siano. E allora siamo a ricordare il golpe che fece sprofondare questa lunga striscia di terra in anni oscuri, pesanti, spaventosi. Sono passati quarant’anni da quell’11 settembre e si parla di Allende, che in quel giorno morì e segnò la fine del sogno cileno di libertà e uguaglianza; si parla dei desaparecidos, che hanno lasciato inspiegabili sedie vuote a tavola la sera; si parla di coloro che in quel periodo hanno in qualche modo lottato per sé e per il proprio Paese, come Victor Jara, Roberto Matta, gli Inti-Illimani (che saranno a Firenze in concerto proprio per questa ricorrenza), tutta la generazione di artisti che in qualche modo hanno dato voce a un popolo con la gola seccata dalla dittatura.

Il ricordo, però, diventa più esteso e, di conseguenza, più ‘democratico’ se si parla anche di coloro che non hanno un nome scritto su qualche giornale o nelle riviste, ma che, con piccoli sussurri, hanno alimentato, nelle ultime quattro decadi, un grido di disapprovazione e speranza. E allora un anniversario diventa un focolare domestico intorno al quale tutto un popolo si siede per raccontare la propria vita, le sfide, le rinunce, i fallimenti, i progetti. La memoria perde la sua solennità per avvicinarsi a coloro che ne fanno parte e che legittimamente possono e devono celebrarla. E la festa diventa un insieme di balli folkloristici, di giorni tra asados e vino, marce di protesta con foto e nomi di coloro che sono ‘morti di Stato’. Perché nella memoria genuina c’è spazio per il dolore e per la gioia, non c’è discriminazione per nessun sentimento.

Durante uno dei suoi corsi di letteratura, Astrid Fugellie Gezan ha detto che il Cile è un paese senza passato, perché il suo passato l’ha ucciso con le proprie mani. La poetessa si riferiva allo sterminio dei mapuche, popolo originario cileno, che si è visto progressivamente portare via terra e dignità, soprattutto sotto Pinochet. E ascoltando le sue parole ho sentito una tristezza infinita in una terra che ha rinnegato padri e madri, che, stretta tra Ande e oceano, deserto e ghiaccio polare, si isola e si protegge, ti guarda con curiosità e affetto, ma scava un fossato per sicurezza. Una terra dove, così si dice, sotto ogni sasso c’è nascosto un poeta. E allora in questo 11 settembre voglio fare un augurio, al popolo cileno e a tutti noi: trovare le nostre radici, la nostra identità, fuori o dentro i confini ai quali siamo abituati. E farlo usando la poesia, sia essa un insieme di parole, un brindisi tra amici, una camminata per la strada colorata di striscioni. In questo, credo, risiede il significato più profondo della memoria e, forse, della vita stessa, se è vero, come diceva Alberto Bevilacqua (che oggi, ahinoi, ci ha lasciati) che “la poesia è registrazione rapidissima di momenti chiave della nostra esistenza. In ciò è pura, assoluta, non ha tempo di contaminarsi con nulla. Nemmeno con i nostri dubbi”.

S.

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Genova per me

Genova è la sua città vecchia. Quel luogo dove il “sole del buon Dio non dà i suoi raggi”. Ma se l’Onnipotente è oggettivamente distante, le autorità cittadine dovrebbero avere il polso della situazione nella città vecchia. Un polso ormai debole che rischia di mettere a repentaglio la salute del capoluogo ligure. Paradossale se si pensa che sulla Maddalena, uno dei sestieri (così erano chiamati anticamente i rioni in cui era suddivisa la città) più degradati del capoluogo, il Comune si affaccia come una terrazza sul mare. Va da sè che la politica da sola non è sufficiente, ma è anche vero che sul fronte delle forze dell’ordine qualcosa sembra muoversi.

Intervistato da La Repubblica qualche giorno fa (http://genova.repubblica.it/cronaca/2013/08/29/news/rissa-65469812/), il vicequestore di Genova dichiarava che: “Noi siamo pronti a fare la nostra parte con gli strumenti che abbiamo, quindi a impegnarci, come del resto stiamo facendo, per la sicurezza, ma occorre avere al nostro fianco anche il Comune, che deve portare avanti un discorso di rilancio di questa parte della città”.
Quello della città vecchia è un problema irrisolto a Genova. Territorio amato e poco curato, affascina per la sua decadenza, la sua multiculturalità (basta una passeggiata per via San Luca per rendersi conto che l’italiano è solo una lingua tra tante) e le sue botteghe storiche. In quei vicoli sono nati (artisticamente) cantautori come De Andrè, Paoli, Tenco e personaggi letterari come Bacci Pagano. Un intreccio di vie talmente strette che ad alzare gli occhi al cielo pare che i tetti dei palazzi si uniscano, impedendo al sole di penetrare le viscere della città.

Tuttavia la decadenza tipica della città di mare per eccellenza si è da tempo trasformata in incuria, con buona pace dei genovesi che, con alcune eccezioni, “osservano e si lamentano”. Il vicequestore, richiamando sull’attenti il Comune, sottolinea una cosa ovvia, ma che alle amministrazioni genovesi degli ultimi 30 anni non deve essere chiara: il lavoro delle forze dell’ordine, per essere efficace, ha bisogno dell’appoggio di tutta la città, Sindaco in testa. Marco Doria, primo cittadino del capoluogo ligure, ha condotto la sua campagna elettorale con l’intento preciso di dare nuova vita ai sestieri più disagiati della città vecchia, nei quali per altro vive. Parole a cui non sono seguiti i fatti, colpa della crisi, paravento dietro il quale ormai da troppi anni si nasconde ogni tipo di magagna.

Girando per l’Europa non è difficile trovare esempi di recupero che potrebbero trasformarsi in un modello da seguire per Genova. La città di Barcellona, per certi versi simile e, fino a qualche decennio fa, con problematiche simili, a Genova ha fatto del recupero del Raval (quartiere del casco antiguo in tutto simile a Maddalena e Pre) una missione. Tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso sorsero nella zona due istituzioni come il MACBA (Museo d’Arte Contemporanea) e il CCCB (Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona), visitate ogni anno da migliaia di turisti e residenti. L’occasione era stata quella delle Olimpiadi del ’92 e le Colombiadi dello stesso anno. MACBA e CCCB sono il fiore all’occhiello di quel progetto che mise in cantiere anche la Rambla del Raval, donando al quartiere una via pedonale alberata in cui è stato posizionato il famoso gatto di Botero.
Inoltre, sempre nel Raval, ha sede la più importante biblioteca della Catalogna e le università cittadine hanno stabilito una piccola parte delle loro attività.

Oggi il Raval è un quartiere che mantiene il suo fascino decadente e la sua multicuralità, ma è anche meta di turisti, pur conservando alcune delle botteghe storiche più antiche della città che garantiscono il preservarsi di quell’atmosfera vitale e plurale tipica dei porti di mare. Certo, alcuni problemi restano, come quello della prostituzione e dello spaccio, ma sono confinati in alcune vie e continuamente combattuti. In prima linea a far la guerra all’illegalità ci sono, oltre al Comune, i cittadini che hanno anche creato uno slogan: “Volem un barri digni”, vogliamo un quartiere degno.

A questo proposito va però giustamente detto che anche a Genova alcuni cittadini non stanno a guadare. Da un paio d’anni, nel sestiere di Pre, è nato l’Osservatorio Prè-Gramsci, dove cittadini residenti, Carabinieri e Comune, insieme, stanno raggiungendo obiettivi fino a poco fa impensabili sul fronte della lotta all’illegalità (http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2013/08/08/APyKL3AG-riqualificazione_cittadini_quando.shtml). L’iniziativa dell’Osservatorio ha anche portato alla convergenza dei comitati cittadini del centro storico in un unico organo, il FAAC che, secondo quanto si legge sul sito osservatoriopregramsci.org, è l’anticamera di un più capillare Osservatorio del centro storico. Si tratta di un faro nella nebbia che dà una speranza di recupero e una lezione di civismo non da poco, ma non permette di intravedere la luce in fondo al tunnel: l’impegno da parte del Comune deve essere più intenso e capillare, prendendo l’iniziativa in prima persona, invece di delegare questo compito a forze dell’ordine e cittadini.
Inoltre, il ripristino della legalità deve andare di pari passo con la conservazione della parte di città più antica, a partire dalle sue botteghe storiche (l’ultima ad aver chiuso è lo storico Caffè degli Specchi) fino alla riscoperta dei suoi tesori più nascosti. Come la Colonna Infame all’inizio di via del Campo o il vecchio quartiere ebraico che si estende alle spalle della celebre strada cantata da De Andrè e che oggi è in mano alla prostituzione e alla contraffazione (basta fare una breve passeggiata per quei vicoli per rendersi conto della quantità di bassi – stanze al piano terra, ndr – destinate allo smercio di prodotti contraffatti o alla prostituzione).

Il Sindaco dovrebbe considerare seriamente l’ipotesi di una rivoluzione di Prè e della Maddalena sulla scorta di quella avvenuta nel Raval a Barcellona qualche decennio fa. Dotare questi due sestieri – ma non solo loro – di istituzioni culturali in grado di attirare visitatori (e creare posti lavoro), introducendo deviazioni a mare sull’asse Cairoli-Garibaldi e a monte su quello Museo del Mare/Commenda-Acquario, puntando quindi i riflettori su quelle parti della città vecchia in mano alla criminalità. E questa dovrebbe essere una priorità assoluta per Genova. Perché una città che permette la deriva della sua parte più antica compromette la sua anima e rischia di perdere la propria identità.

(A.)

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L’Italia che non c’è. Ma che potrebbe benissimo esserci (se solo lo si volesse).

Ogni volta che ho viaggiato fuori dall’Italia, ho trovato tante cose normali che, invece, da noi, in Italia, sono semplicemente assenti. E la mia reazione è stata sempre la stessa: rabbia e sollievo. Rabbia perché proprio continuo a non capire perché nel nostro Paese ci siano mancanze che all’estero sono, invece, la pura normalità. Sollievo perché mi dico “Ah, beh, allora non sono pazza, esistono posti che hanno proprio quello che vorrei in Italia e che invece non c’è!”.

Qualche esempio di queste cose normali all’estero, ma mirabolanti per noi Italiani? Le famose spiagge libere, che per esempio in Spagna sono la norma. E non sono spiagge libere per come purtroppo le si intente quasi sempre da noi in Italia (laddove ci siano ovviamente, ovvero quattro posti in croce), cioè sporche e non curate, ma sono spiagge pulite dagli spazzini, con docce, bagni, bagnini (sì, non esistono solo a Los Angeles, come per anni ci ha fatto credere Baywatch), primo soccorso. E accessibili ai disabili, con bagni a loro dedicati.

Questo discorso della spiaggia libera, per tutti e a nessun prezzo, è davvero un punto su cui picchio molto, ogni estate. E non mancano le costanti delusioni, come lo scoprire che addirittura, in Sicilia, è sorto uno stabilimento in una delle spiagge più belle della regione, quella di Portopalo di Capo Passero – http://www.youtube.com/watch?v=x-p3dgbGO8k&feature=player_embedded&desktop_uri=%2Fwatch%3Ffeature%3Dplayer_embedded%26v%3Dx-p3dgbGO8k&nomobile=1 -, di fronte all’Isola delle Correnti. Territorio, tra l’altro, che per legge dovrebbe esser protetto.

Ma, per fortuna, ogni tanto, si scopre anche qualche piccola buona notizia, come quella di spiagge libere attrezzate anche per i diversamente abili in Liguria – http://genova.repubblica.it/cronaca/2013/08/24/news/in_spiaggia_senza_altri_handicap-65216517/?ref=fbpl – , regione che per la maggior parte è terra di stabilimenti balneari.

Passiamo ai mezzi pubblici. Della metropolitana di Londra – con 11 linee – sappiamo ormai tutto, della sua efficienza, dei suoi controlli, della sua capillarità.
Ma vogliamo parlare di quella di Barcellona? Anche lei con 11 linee (di cui, è bene precisarlo, 2 fatte solo in parte, ma in attuale costruzione) e interscambi con le linee ferroviarie stile “passante”, la copertura di questo servizio è altrettanto ottima, tenendo conto della grandezza di questa città. La frequenza è buona, la pulizia più che buona, ci sono controlli nelle stazioni e anche sui convogli, le macchinette per i biglietti che funzionano (e non solo nelle stazioni principali).

Anche Madrid ha una signora metropolitana, ben 12 linee più 3 di metro leggera. Qui la frequenza – da come ho potuto constatare lo scorso gennaio – non è più buona come prima, a volte ho dovuto attendere la metro per 15 minuti, ma, vista la crisi che sta passando quella città, il solo fatto di avere comunque ancora tutta la metropolitana attiva è un’ottima cosa. Parigi poi, con le sue 16 linee, offre altrettanto un ottimo servizio, anche se qui – da come anche qui constatato mesi fa – i controlli e la pulizia non sono un granché.

E Lisbona? La piccola capitale portoghese ha 4 linee di metro. Poche? Beh, in confronto alle altre città sì, ma se contiamo che Lisbona ha le dimensioni di Genova e non di Milano, che invece ha all’attivo 3 linee e mezzo, direi che non ci si può affatto lamentare. Infine, anche Valencia ha più linee del capoluogo Lombardo, 5. Ed è molto più piccola di Milano.

Capitolo treni. Sfondo una porta aperta, lo so, praticamente tutti gli Italiani si lamentano di Trenitalia: ritardi, sporcizia nelle stazione e sui treni, convogli in condizioni penose, rincari dei biglietti senza un miglioramento del servizio – e questo lo si può dire, purtroppo, in molti casi anche per i mezzi pubblici cittadini.
Ma quante di queste persone sanno come sono i treni fuori dall’Italia? Per esperienza personale ho viaggiato su treni svizzeri, austriaci, francesi e spagnoli. E tutti sono decenti, a differenza dei nostri nazionali.

Di questi treni non italiani, per ora conosco meglio quelli spagnoli. E anche qui il confronto coi nostri è impietoso, per la pulizia in primis, anche dei “semplici” convogli regionali.
Le stazioni, poi, sono ben organizzate e pulite, persino nella povera Andalusia – andate a Cadice e lo vedrete coi vostri occhi. Per non parlare del fatto che per accedere ai binari bisogna inserire il biglietto nei tornelli. Cosa che, in Italia, ho visto solo nelle stazioni ferroviarie gestite da Trenord, ferrovie della Regione Lombardia, uniche ferrovie italiane – per quel che ho visto io – ad avere treni che si possano davvero definire tali.

Di cose da dire ce ne sarebbero ancora a bizzeffe, ma l’elenco sarebbe lungo e pedante. Da italiana che viaggia e che da poco vive all’estero, sempre in Europa, mi chiedo come molto Italiani – non dico tutti, ma per lo meno quelli che viaggiano o che vivono all’estero – neghino le gravi mancanze del nostro Paese. Forse perché non basta viaggiare per avere la mente davvero aperta e ammettere che le cose positive che da noi non ci sono, ma esistono altrove, sono in realtà semplici e possibili se si vogliono?

Conosco persone che viaggiano, vanno in capo al mondo, declamano di conoscere mille posti, ma che poi, tornati in Italia, non sfruttano il bagaglio culturale che dà il viaggiare, l’arricchirsi delle diversità altrui. Una volta rientrati in Italia, o si lamentano e basta o, peggio, fanno finta di non vedere le nostre mancanze, limitandosi, nelle discussioni, a “parteggiare” con le amministrazioni, se queste sono di loro gradimento politico, o a criticarle a più non posso, se invece non sono della loro fazione politica.

E allora mi chiedo: a cosa serve viaggiare e conoscere posti nuovi se poi, una volta a casa, nel proprio Paese, non si mette a frutto quanto si è scoperto di nuovo, anche semplicemente con il proprio spirito critico? Viaggiare serve a conoscere ed imparare dai nuovi posti, non a postare su Fb mille foto.

Fino a qualche mese fa vivevo a Milano, mia città natale in cui però ho vissuto solo ultimamente per un paio d’anni. E Milano, va detto, è l’unica città più o meno europea del nostro Paese. Eppure, anche lì, ce ne sono di cose che non vanno. Ma anche lì non mancano gli irriducibili paladini degli amministratori, siano di destra o – come adesso – di sinistra, quelli che, a ragione, decantano la città come tra le meglio organizzate – o forse la più organizzata – d’Italia, ma che non si accorgono – o fan finta di non accorgersi – che pure all’ombra della Madonnina ce ne sono di cose che purtroppo non vanno.

A questo proposito, ecco il link ad una nota del Comune di Milano sulla sua pagina Facebook, in merito alle sue nuove tariffe per i mezzi pubblici: https://www.facebook.com/notes/comune-di-milano-palazzo-marino/la-rete-del-trasporto-pubblico-milanese-e-le-nuove-tariffe-atm/212120455578608. La tabella a fine nota, con i confronti con altre città europee, non ha alcun senso. Innanzitutto perché le altre metropoli prese a confronto hanno tutte più linee di metropolitana, non solo 3 e mezzo come Milano; in più, anche a voler porre la questione solo su un fatto prettamente economico, ci sono prezzi errati – vedi Barcellona e Madrid, dove nella prima non esiste un abbonamento annuale mentre nella seconda sì; vedi Berlino, dove l’abbonamento è gratis per tutti gli studenti – o confronti infelici – l’abbonamento mensile di Milano costa come quello di Lisbona, ma Lisbona ha 4 linee di metropolitana, non 3 e mezzo, pur essendo molto più piccola della metropoli meneghina.

Concludo con una riflessione amara. Ho già discusso di questi temi su Facebook, scrivendo qualcosa in merito. E non sono mancate le persone – poche, ma ci sono state – che mi hanno dato addosso, dandomi dell’anti-italiana, dell’italiana finta (perché non mi stanno ben i furbi, quelli che saltano la coda, quelli che non pagano il biglietto dell’autobus giusto per citare qualche cosa) o ancora dell’italiana che ama più l’estero che il proprio Paese. Sulle prime due “accuse” non sto a dir molto, se non semplicemente che sono le tipiche cose che dicono le persone – italiane e non solo – che si lamentano delle cose che non vanno, ma che alla fine ci vogliono convivere benissimo. Sulla terza, invece, spendo qualche parola in più. Dicendo che criticare il mio Paese, per me, non è nulla di bello, di piacevole, né di divertente. Criticare il mio Paese per le sue mancanze è un atto per me più che giusto, non solo per l’atto in sé – ammettere i suoi difetti -, ma per quello che vorrei derivasse dalla critica: un moto di orgoglio, un dire “Ma come, da noi no e dagli altri sì? Cos’abbiamo in meno degli altri, perché da loro si può fare una cosa che è utile per tutti e da noi no? Facciamola anche qui, pretendiamo che ci sia anche qui!”. Non è un voler imitare in modo pedissequo, non è un volere adulare lo straniero. È il voler bene al proprio Paese, il non accettare che sia sempre da meno rispetto agli altri.

Un mio amico che ha vissuto per anni in Francia faceva lo stesso “gioco”, anche lui con lo scopo di svegliare l’Italia, non di denigrarla. Un altro mio amico invece, che da molti anni vive in Germania, mi ha detto che anche lui ha attraversato questa fase, la prima che attraversano tutti quegli Italiani che vorrebbero di più, il meglio per la propria nazione. Sono contenta di non esser la sola italiana all’estero che si comporta così. Ma sarei ancora più contenta che la si smettesse di vedere noi che vogliamo di più per il nostro Paese come i “cattivi”, quelli che con le loro critiche disonorano l’Italia. Non siamo noi i colpevoli, noi siamo solo degli indignati che non si arrendono allo stato delle cose. E che auspicano solo il meglio per l’Italia e tutti gli Italiani.

(L.)

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Delle regole e del PD

Uno degli aspetti che meglio contraddistinguono questo Paese è l’insofferenza nei confronti delle regole. Un’insofferenza che non risparmia nessuno, come se fosse una connotazione genetica di quello che nel futuro studieranno come homo italicus.

Partiti di Destra, di Centro e perfino il M5S hanno dimostrato di non soffrire il rispetto delle regole. Una parte dei componenti di questi schieramenti ha di fatto stracciato e infranto le regole che aveva accettato per far parte della partita politica italiana. Che si tratti della palese strafottenza di un Parlamentare del PdL, o dell’ipocrita moderazione di un centrista, o ancora dell’ingenuità o immaturità di un grillino poco importa.

Gli italiani infrangono le regole e per questo sono inaffidabili. Laura ha giusto sottolineato recentemente una certa attitudine a passare per fessi di coloro che le regole le rispettano: lontano dal clamore politico, è entrata nel dettaglio della comune e spicciola vita quotidiana. Del resto, degli stolti non possono certo venire eletti da dei geni.

In questo bel panorama però spicca il PD, partito che avrebbe (in teoria) nella sua natura una certa rettitudine. Ora, com’è noto, i membri del partito di Epifani, con l’eccezioni dei Ministri, hanno un problema ben più urgente di quello di trovare un’uscita alla crisi economica e morale che sta sgretolando questo Paese: il Congresso e le sue regole.

È davvero comico che a ogni primaria il PD debba riscrivere le norme della gara (a candidato Premier, a segretario, ecc.) cucendole sulla pelle dei contendenti. È come se ogni domenica la FIGC riscrivesse il regolamento del giuoco del calcio a misura delle partite in programma, magari tenendo conto della classifica.

Mi chiedo quale credibilità possa avere un Matteo Renzi che continua a considerarsi più uguale degli altri, chiedendo ora l’esatto contrario di quanto sosteneva fino a pochi mesi fa. Non era stato forse lui a mettere in discussione la regola del PD che vedeva nel Segretario il candidato naturale del partito (non della coalizione!) alla Presidenza del Consiglio? Ovviamente questa regola tornerebbe comoda nel momento in cui lui sarà Segretario del PD, se lo sarà.

Evidentemente Renzi, e con ragione, confida sulla poca memoria degli elettori del PD che da anni continuano a votare un Partito che dice l’esatto contrario di quello che fa. Che non solo riscrive continuamente le regole sue interne, creando una gran confusione (voluta), ma non è in grado nemmeno di rispettare un semplice patto con i suoi elettori. E questa dovrebbe essere la prima regola dello statuto di ogni partito politico che si rispetti.

(A.)

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Quelli che… cercano sempre di essere nel giusto. Ma passano per idioti.

Come spesso si dice, è nei momenti di crisi, nei momenti difficili che viene fuori la verità, anche delle persone. E quale momento più difficile di quello di questi anni, una crisi che ci attanaglia senza sosta, può realmente mostrarci di che pasta siamo fatti?

La questione è semplice: c’è chi rispetta le regole del gioco e chi no. E per carità, il mondo non è o bianco o nero, ci sono mille sfumature, ma sta di fatto che questi due grandi schieramenti ci sono, sempre, e proprio adesso, che siamo alle strette, le differenze tra di loro saltano di più all’occhio.

Qualche esempio? Possiamo partire dai più banali, come il rispettare la coda. Semplice gesto di vita quotidiana che dice tanto, ma davvero tanto sul grado di civiltà di una persona. E, lo sappiamo bene, questa cosa riguarda tutte le persone, di tutte le età. Perché c’è sempre e comunque qualcuno che vi vuol passare davanti: dal panettiere, dal benzinaio, in aeroporto. O quel qualcuno potreste proprio esser voi.

Ma cosa c’entra questo esempio con la crisi? Beh, forse c’entra ben poco. O forse no. Perché questa crisi è stata creata da molti “furbetti”. E molti “furbetti” ora se ne approfittano a livello lavorativo – con finti contratti, finte assunzioni solo per dirne qualcuna. E vedere dei “furbetti”, anche se di altro genere, pure dal panettiere può davvero far arrivare al limite della sopportazione. Come dire: la misura è proprio colma.

Però, per chi cerca di stare sempre nel giusto, anche nelle piccole cose, non è facile. Non è facile fare gli integerrimi, non solo perché magari ci si sente un po’ in minoranza, ma anche perché spesso ci si sente, anzi si viene fatti sentire, “scemi”, “stupidi”, “gli unici sfigati  che seguono le regole”. Insomma, quelli che stanno dall’altra parte della barricata, quelli che… quasi quasi hanno torto loro, anche se sono nel giusto. E a volte non ce la si fa a sopportare tutto questo.

Sarà successo di sentirsi così anche a qualcuno di voi, non lo dubito. Voi che pagate sempre tutto, che chiedete sempre permesso, che ancora vi indignate se qualcuno vi taglia la strada. Voi che non sopportate chi non fa lo scontrino. Voi che proprio non concepite il lavoro in nero, ma neanche gli affitti in nero. Voi che non vi capacitate di come il vostro essere il più corretti possibile vi porti a ben poco, anzi, a incrociare sempre gente che invece fa strada fregandosene delle regole.

La vita è una continua lotta, si sa, nessuno ci regala nulla. Ma giocare ad armi impari non è bello, specie per chi si ostina a volere comunque fare le cose nel modo più giusto possibile.

(L.)

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L’occasione mancata

Da qualche giorno ho l’impressione che il Paese abbia perso un’occasione quasi irripetibile: liberarsi una volta per tutte di Silvio Berlusconi e di tutto ciò che rappresenta. Semplificando al massimo, credo che la questione si debba a due elementi: 1) lo sbandamento totale che sta avendo l’unico partito che in teoria avrebbe la forza di creare un’alternativa, il PD; 2) l’eccessiva rigidità del M5S nel non accettare nessun tipo di “compromesso”.

Partiamo dal PD. Il fatto che Bersani abbia condotto l’intera campagna elettorale promettendo che mai avrebbe governato col PdL non significa che le alte sfere del suo partito fossero della stessa opinione; ne è una prova il fatto che ieri sera, nella trasmissione televisiva Servizio Publico, Stefano Fassina ha candidamente ammesso che il PD non avrebbe mai votato compatto Rodotà come presidente della Repubblica. Ciò di cui non si rende conto il deputato democratico è la tristezza che genera questa sua dichiarazione. E ancora più incredibile è il fatto che si tiri in ballo la Costituzione, che vuole, per l’elezione del Capo dello Stato, un’ampia intesa parlamentare. Mi chiedo infatti se sia più costituzionale un Presidente votato con i grandi elettori 5Stelle, sui quali per lo meno non pende alcun procedimento giudiziario, che non uno frutto dell’accordo con Berlusconi, il cui braccio destro è stato condannato per aver fatto da tramite tra lui e Cosa Nostra.

In realtà al PD del cambiamento non può importare di meno perché ciò significherebbe perdere buona parte dei privilegi di cui godono i suoi membri. Non bisogna quindi stupirsi del fatto che, per l’ennesima volta, da quel lontano 1998, sia proprio il partito di D’Alema a tendere la mano a Berlusconi. Come ha sottolineato Giuliano Ferrara, sempre ai microfoni di Servizio Pubblico, il Cavaliere, questa volta, si è salvato per un capello.

Avendo intuito la fallacia del messaggio di cambiamento del PD, Beppe Grillo ha deciso di chiudere ogni porta aperta da Bersani nelle passate consultazioni di marzo: da parte sua, l’ex segretario del PD si presentava con quegli otto punti tutt’altro che programmatici e non troppo vicini alle politiche proposte dal M5S. L’ex comico genovese capì che la partita vera si giocava per il Quirinale e lì voleva smascherare tutta l’ipocrisia del partito di Bersani.

La Rete, ovvero i 28000 votanti iscritti al M5S (pochi, vero, ma più degli zero del PD, dato che quest’ultimo non ha fatto scegliere ai suoi iscritti alcun candidato per il Colle), hanno proposto Stefano Rodotà, un uomo marcatamente di sinistra. Avrebbe dovuto essere una festa per il PD. E infatti SeL dà il suo voto al giurista in tutti gli scrutini, tranne uno, quello con candidato Prodi. Ed è qui che il M5S compie l’unico vero madornale errore.

Carente di memoria storica, Beppe Grillo non ricorda che il Professore, dal ’96 ad oggi, non solo ha battuto due volte Berlusconi alle urne, ma nel ’98, quando gli venne a mancare l’appoggio di Rifondazione Comunista, si rifiutò di avallare una maggioranza sostenuta anche dai voti di un gruppo di parlamentari esterni all’Ulivo e facenti capo a Francesco Cossiga. Dicendo, di fatto, di no al mercato delle vacche.

Ma prima di sabato scorso, Prodi era stato letteralmente fottuto due volte dal PD: la prima l’abbiamo appena vista, la seconda nel 2008, quando il suo secondo Governo cadde per mano di Clemente Mastella e di Lamberto Dini.

Se ciò non bastasse, il fatto che il PdL vedesse Prodi come fumo negli occhi, avrebbe dovuto spingere il M5S a ritirare la candidatura di Stefano Rodotà – nonostante fosse, comunque, la migliore proposta saltata fuori. Avrebbero infatti così ottenuto due risultati: smascherare una volta per tutte la sostanziale fragilità del PD e mandato a casa Berlusconi. A quel punto Prodi avrebbe avviato una legislatura a guida congiunta PD-SeL-M5S e ora a fare l’opposizione ci sarebbe il PdL.

Questa però è solo fantapolitica, perché in realtà anche la candidatura prodiana è stata frutto di un meschino gioco di partito: il PD sapeva benissimo che il Professore non avrebbe mai ottenuto i 504 voti necessari e che, a quel punto, si sarebbe aperta l’unica via possibile e auspicata fin dal primo giorno, ancora Napolitano in accordo col PdL. In questo modo, il sistema di privilegi non sarebbe di fatto stato toccato e la II Repubblica avrebbe avuto ancora qualche anno di agonia prima di esalare l’ultimo respiro. E così, di fatto, è stato.

Grillo, da parte sua, avrà un consenso sempre più ampio, forte di essere l’unica vera alternativa alla Casta. L’inciucio PD-PdL, infatti, compatterà e allargherà ancora l’elettorato 5Stelle, investendo l’ex comico genovese di un potere (virtuale) enorme. Un motivo sufficiente, per molti, per rimandare il vero cambiamento ancora di qualche anno.

PS: I principali quotidiani italiani parlano di presidenzialismo di fatto. Tuttavia dimenticano che nella Repubblica semi-presidenziale più vicina a noi, la Francia, il Capo dello Stato è eletto direttamente dal popolo.
Ora, viste le manifestazioni della settimana scorsa, ho seri dubbi che Giorgio Napolitano sia diretta emanazione della volontà popolare. E questo non è un dettaglio da poco.

(A.)

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