Un bimbo, una foto e una tragedia europea

Un bimbo in una fotografia. Nulla di speciale, detta così. Ma ci sono foto e foto. E bimbi e bimbi.
Quello di cui voglio parlarvi è il piccolo bimbo siriano morto pochi giorni fa sulle coste turche. Un piccolo migrante che, purtroppo, come molti altri, non ha trovato salvezza dal suo inferno, ma solo morte.

Sì, certo, se ne è già parlato tanto nei giorni scorsi, forse troppo. Sì, certo, non sono chissà chi e la mia opinione conta poco nel mare di tutte le altre. Ma non mi bastava commentarla e rifletterci su solo su Facebook o chiacchierando con amici. Avevo bisogno di metter nero su bianco tutto quello che, anche a me, ha suscitato. E non per protagonismo, ma per voglia di condividere il mio pensiero, i miei sentimenti.

Questa foto è, come ho già detto, sulla bocca di tutti, stampa in primis. Ma anche la politica ne sta parlando molto. E molti potrebbero dire “Bene, almeno forse ora si sveglieranno, forse la morte di qual piccolo scuoterà le loro coscienze”. Lo stesso, del resto, lo si potrebbe dire per la gente comune che fino ad ora era rimasta totalmente insensibile ed indifferente a questa tragedia. Molte persone che conosco, ad esempio, hanno scelto di condividere questa fotografia con il messaggio “Guardate con i vostri occhi quello da cui scappano queste povere persone”.

In merito alla stampa e a come si è comportata, ho letto diversi articoli di quella italiana, di diverse testate: un intervento de Il Post (http://www.ilpost.it/2015/09/02/foto-bambino-siriano-morto-in-turchia/), uno de Linkiesta (http://www.linkiesta.it/blogs/jusquicitoutvabien/la-nostra-placida-mostrificazione), uno di Valigia Blu (http://www.valigiablu.it/letica-della-condivisione-nellera-dei-social/). E ancora, uno di Wired Italia (http://www.wired.it/attualita/media/2015/09/03/domande-foto-corpo-aylan/?utm_source=facebook.com&utm_medium=marketing&utm_campaign=wired) e, da ultimo, uno di Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/christian-caujolle/2015/09/04/foto-bambino-migranti-aylan-kurdi). Tutti questi articoli, queste opinioni, si sono concentrate sulla scelta della stampa stessa di condividere o meno questa immagine tremenda. E su cinque, quattro hanno detto che no, che secondo loro non era il caso di condividerla. Ed io, in gran parte, mi trovo d’accordo con loro.

È vero, nel giornalismo la stessa fotografia è informazione, del resto si parla anche di fotogiornalismo. Ed è anche vero che spesso le parole non bastano a descrivere bene certe cose, l’immagine aiuta molto di più, racconta molto di più.

Ma è altrettanto vero che un giornale, in quanto tale, ha – almeno in teoria – da rispettare un’etica giornalista, una deontologia. E tra le varie “regole” deontologiche ci sarebbe anche quella di evitare la spettacolarizzazione. Aspetto che, quasi sempre, si raggiunge in primis proprio con le fotografie.

Ora, direte voi, ma quella foto è semplicemente triste, semplicemente tragica, non spettacolarizza nulla, ritrae solo un piccolo corpicino morto. Vero, ma in parte. Perché il proporla tutti in massa, magari anche più di una volta da parte di un singolo giornale, magari sia sul suo sito web che su Facebook o su Twitter, le toglie dignità. La rende soltanto una tra mille foto, una delle tante, innumerevoli foto che condividiamo su internet, presi dalla nostra ormai abitudine di cliccare “condividi” e diffondere così con un semplice click quello che è molto più di una “semplice immagine”. E questo si scontra con la grande responsabilità che i giornali, la stampa in generale, hanno verso il loro pubblico. In quanto, precisamente, mezzi di comunicazione di massa, mezzi che gestiscono l’informazione e poi la diffondono.

Questo, ovviamente, può dirsi anche per le condivisioni di questa foto da parte della gente comune, dei non addetti all’informazione. Ma poco cambia, anche qui si corre il rischio di arrivare ad una semplice banalizzazione del dolore. Siamo così circondati da immagini che ormai non riusciamo più a selezionare su quali riflettere, specie se le vediamo di corsa, di sfuggita, magari tra le milioni di altre cose che ci propone il nostro Facebook. Siamo così abituati a vedere un’immagine legata ad un testo giornalistico che ormai ci siamo “abituati” a questa nuova forma di discorso.

Il potere di una fotografia è immenso, anche nel narrare una storia, anche nel darci una notizia. Ma se una foto la duplichiamo, la triplichiamo, la condividiamo all’infinito c’è il forte rischio che questo potere possa svanire. E non perché la foto in sé smette di raccontarci la sua storia. Ma perché rischiamo di smettere di vederla come un’immagine con la sua storia. Finendo per vederla solo, banalmente, come l’ennesima copia di una “cosa” a cui già ci siamo semplicemente e banalmente abituati.

La foto di quel povero bimbo ha sicuramente scosso molte coscienze, ma purtroppo ne avrà lasciate molte altre (ancora) indifferenti al dramma attuale dei migranti. È vero, se non vedessimo certe cose probabilmente le capiremmo ancora meno di quando ci vengono solo raccontate a parole. Ma non si può negare la società in cui viviamo, una società per molti versi centrata sull’apparire, sul farsi vedere, sull’esserci. E non coi fatti o col proprio vissuto, ma semplicemente con delle immagini. Siamo quindi sicuri che ora, “drogati” come siamo di fotografie, riusciamo ancora davvero a capire che, specie in certi contesti, non sono solo semplici immagini, ma storie che ci vogliono dire molto di più di quel che mostrano?

(Lau)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Opinioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...