ZURITA E LA “COMMEDIA” UMANA: APPUNTI SUDAMERICANI

Santiago del Cile ha deciso di omaggiare i 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri, datata fra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265, e lo ha fatto con quattro incontri nella Sala Ercilla della Biblioteca Nacional. A condurre l’iniziativa, dedicata alla lettura della Divina Commedia, il poeta Raúl Zurita, Premio Nazionale di Letteratura nel 2000 e recente traduttore del poema dantesco in castigliano. L’amore del poeta cileno per Dante affonda le radici direttamente nella famiglia Zurita, o meglio, in quella materna dei Canessa e dei Pessolo, che emigra da Genova in Cile a causa di un investimento finito male, che la costringe a iniziare da zero e a vivere in condizioni economiche molto ristrette. Poco dopo l’arrivo in Sudamerica, la vita del poeta è segnata da due lutti importanti: muore il padre e, a due giorni di distanza, anche il nonno. La famiglia rimane, dunque, in mano alla signora Josefina, che si occupa dei nipoti, mentre sua figlia trascorre il giorno a lavoro come segretaria. Sono proprio le ore passate con la nonna a far nascere l’interesse del Raúl bambino, che ascolta i versi dell’Inferno e del Purgatorio come fossero fiabe e racconti, rimanendone impaurito e affascinato allo stesso tempo. E la voce di Dante resterà per sempre nella mente e nell’anima del poeta cileno come ricordo indelebile dell’amata nonna e come orma onnipresente nel proprio percorso letterario, dalla trilogia Purgatorio (1979), Anteparaíso (1982), La vida nueva (1993) a Zurita (2011) fino all’impresa di tradurre la Commedia in castigliano.

Durante il primo incontro santiaghino, Zurita si è chiesto se uno sguardo possa cambiare la storia della letturatura: lo sguardo in questione è quello fra Dante e Beatrice, origine dell’amore del poeta per la giovane fiorentina e struttura portante della sua produzione letteraria. Per rispondere al quesito il poeta cileno parte dall’idea che la Divina Commedia sia costituita da un insieme di immagini, significati e personaggi sempre attuali. Afferma, inoltre, che il poema si basa su due binomi fondamentali, Beatrice-amore e suono-ritmo, e che le tre cantiche sono un’allegoria della vita e della solitudine umana. Per Zurita questi ultimi due punti sarebbero le basi di uno scheletro solido e valido aldilà  delle impalcature teologiche, politiche e storiche legate al contesto in cui sono nate e vissute le persone-personaggi in cui si imbatte Dante nel suo viaggio all’altro mondo.

Tuttavia, anche la cosmogonia e la teologia dantesche aiutano, in qualche modo, a costruire un’aura di eternità e universalità in quanto riflesso di un sistema di credenze datato, ma costitutivo delle radici della cultura cosiddetta ‘occidentale’. Come il poeta cileno ci suggerisce, tale sistema condivide archetipi di altre cosmogonie, altre teologie che non sono venute in contatto le une con le altre nel momento della loro comparsa nella Storia orale e scritta. Un esempio su tutti, il Mahābhārata, poema epico dell’India, nonché testo sacro della religione induista, e, con i suoi diciotto libri, forse il testo più esteso della letteratura mondiale. Attribuiti al saggio Bhavaghan Vinyasa, gli oltre duecentomila versi sono stati più probabilmente scritti da varie mani nell’arco di più di sei secoli, con una prima edizione risalente al III secolo a.C.; in Occidente il poema è arrivato solo nel XVIII secolo d.C. tramite la traduzione di una sua piccola parte, fatto che escluderebbe la sua conoscenza da parte dell’Alighieri. Il Mahābhārata racconta le gesta dei Bharatha, stirpe di principi a cui appartengono i Kuruidi e i Panduidi, in guerra fra loro. Lasciando da parte l’affascinante storia delle due famiglie e delle loro battaglie, influenzate e guidate dagli dei (come nella gran parte della letteratura epica mondiale), Zurita si sofferma sulla conclusione di questa lotta, quando i il re Yudhishthira, ultimo sopravvissuto, muore e finisce in un inferno orribile, dove l’amore, la speranza, la luce sono banditi e dove gli spiriti dannati vengono eternamente puniti per le loro azioni in vita. Yudhishthira riconosce le voci lamentose dei suoi familiari amati ed esprime, dunque, la volontà di rimanere nell’inferno, nonostante sapesse di essere solo di passaggio. Questo atto di amore fa sì che l’inferno si dissolva e che tutti, alla fine, possano vivere la loro eternità in paradiso. I punti di contatto con la Commedia dantesca sono molti: dall’esistenza di un inferno dove il dolore assoluto annulla tutto il resto, agli spiriti che nell’aldilà mantengono le stesse caratteristiche di quando erano in vita (si riconoscono come famiglia), fino ad arrivare all’amore che dissolve le pene più profonde. In tal senso, un episodio emblematico della Divina Commedia è quello di Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno: i due personaggi continuano a sentire l’amore che li legava in vita, a provare risentimento per colui che li ha uccisi. Mentre raccontano la loro storia al Dante-personaggio, ricreano forse l’unica manifestazione di amore all’interno dei primi trenta canti, amore che per un solo istante sospende la pena infernale in modo tanto potente che il poeta sviene, sopraffatto dallo scontro di tale sofferenza con il legame fortissimo dei due amanti di Ravenna.

Per quanto riguarda il binomio suono-ritmo, Zurita sottolinea il protagonismo assoluto del linguaggio dantesco, che sopravvive alla lettura allegorica del testo e, di conseguenza, alla volontà dell’autore. Se l’allegoria perde il suo valore perché afferente a un universo di idee datate, la lingua rimane presente e viva e, nell’interpretazione del poeta cileno, l’intera Divina Commedia potrebbe essere un’allegoria del linguaggio stesso, con Inferno e Paradiso a rappresentare il dolore e l’amore assoluti, ovvero, l’indicibile, che si traduce nei silenzi, nelle pause della lingua, e il Purgatorio, invece, ad incarnare la lingua stessa. E l’idea ha un suo fondamento se si pensa alle volte in cui il Dante-personaggio si ritrova senza parole davanti alle sofferenze delle anime dei condannati o alla magnificenza del cielo e della gloria divina, momenti del racconto in cui la parola cede volentieri spazio al non detto, al sentimento, all’immagine e ai colori. Nel Purgatorio, invece, questa stessa parola si presenta in tutta la sua potenza dialogica: in assenza di dolore eterno o di amore puro, il logos può imperare indisturbato. Potremmo, quindi, vedere il Purgatorio come un filo che unisce e separa Inferno e Paradiso, così come la lingua cerca di dare voce e significato al dolore e all’amore.

Zurita pone, inoltre, l’accento sul ruolo del linguaggio, e in particolare della poesia, come unificatore di due parti. Il cielo e la terra, il paradiso e gli inferi si generano e perdurano divisi già nella cultura greco-romana: dalla Teogonia di Esiodo, dove si racconta il mito della nascita del mondo attraverso la separazione di Gaia (terra) e Urano (cielo) e si segna l’esistenza di una distanza primordiale, fino al De rerum natura, in cui Lucrezio parla dell’amore come fonte di sofferenza, in quanto due amanti non potranno mai sentirsi soddisfatti, il desiderio l’uno dell’altro non si potrà placare e per le due anime innamorate sarà impossibile (re)incontrarsi in modo completo, una distanza che non verrà mai annullata. Nel caso della Divina Commedia, Zurita si sofferma anche su due applicazioni della lingua: una è la scrittura, che ci permette di entrare in un mondo al di fuori delle leggi fisiche del tempo, dove la vita e la morte sono sospese e dove è possibile l’incontro di più di mille anni di tradizione letteraria, che parte con Omero, passa da Virgilio ed arriva diretta nelle mani di Dante Alighieri, sintesi di tutta l’antichità e sublimazione di ciò che è stato scritto prima di lui a proposito dell’aldilà e del viaggio come metafora di vita. L’altra applicazione è la letteratura, e il suo ruolo nell’umanità: la Divina Commedia, come ogni opera letteraria, implica una domanda, che, in questo caso, gira intorno alle cause della sofferenza umana; tale domanda e la sua risposta, condensate nell’opera letteraria, non trasformano del tutto il mondo (la sofferenza, per esempio, non si estingue), ma aiutano a far sì che questo non collassi sotto il peso della realtà.

Proprio a quest’ultimo punto è legata l’idea della Commedia come simbolo della solitudine umana e, ancor prima, come allegoria della vita e della morte: il Dante-personaggio attraversa un Inferno e un Purgatorio per arrivare in Paradiso, così come può accadere ad ogni uomo che si è perso e si trova in un momento difficile della sua vita, e dovrà affrontare un periodo di dolore, cercare con fatica di uscire da questa situazione fino a ritrovare uno stato di pace. E, come suggerisce Zurita, quello che alla fine del viaggio il Dante-personaggio incontra non è propriamente Dio, ma se stesso: il volto dell’uomo con sullo sfondo l’intero universo, l’immagine forse più pura della solitudine dell’intero genere umano. Anche per questo la Commedia non perde la sua forza al giorno d’oggi, essendo la solitudine, e il dolore che ne deriva, parte costitutiva dell’umanità, che forse sta già vivendo una solitudine un po’ diversa da quella dantesca, la quale si presentava più dignitosa e meno desolata di quella odierna. Ma il poeta cileno non si ferma qui e delinea una solitudine più personale: Dante, rimasto senza la sua amata, costruisce un intero poema solo per dare voce al pensiero di Beatrice, rimasto inespresso in vita, in modo talmente perfetto da far sembrare che sia lei stessa a parlare, potendo vivere nella finzione letteraria quello che nella realtà non era stato loro concesso.

Arriviamo al binomio Beatrice-amore di cui si accennava sopra. L’amore permea l’intera opera fin dai primi versi, dove Dante, persosi nella ‘selva oscura’, incontra Virgilio, maestro e salvatore, inviato in suo soccorso dalla Vergine Maria, da Santa Lucia e da Beatrice. Bice, figlia di Folco dei Portinari, nata a Firenze nel 1266, sposata diciannovenne e morta cinque anni dopo il matrimonio, nella vita reale incontra Dante solo due volte, almeno secondo quanto riportato dallo stesso poeta. Ma quello che questi due presunti incontri suscitano nell’uomo è tanto forte da indurre Dante a dare all’amata figura il dono più grande: nella Vita Nova (1293-1295), attraverso trentuno liriche e quarantadue testi in prosa, Dante racconta il primo incontro con Beatrice all’età di nove anni, il successivo compiuti i diciotto, il sogno premonitore sulla morte della giovane, il tentativo di distogliere i suoi sentimenti corteggiando altre donne, la perdita del saluto da parte della ragazza per questa ‘deviazione amorosa’, il ritorno all’amore originale, l’effettiva morte di Beatrice, la disperazione e l’insinuarsi di una nuova ‘musa’ e di nuovi interessi filosofici. Quest’ultima ‘tentazione’ fa prendere a Dante la decisione finale di dedicarsi solo all’amore per Beatrice e alla verità consegnata agli uomini da Dio: nell’ultimo capitolo della Vita Nova afferma di non voler più scrivere di Beatrice finché la sua lingua non sarà in grado di parlare degnamente dell’amata, vista come anello di congiunzione fra lui e il Cielo. Come rimarcato da Zurita nei quattro incontri nella Biblioteca Nacional, proprio nella Vita Nova viene piantato il seme della Commedia, che diventa la promessa compiuta di parlare di Beatrice e di dirne “quello che mai non fue detto d’alcuna”. È l’amore sublime della donna che lo protegge e lo guida nel momento di massima perdizione, che lo accompagna fino a raggiungere un amore ancora più alto, quello di Dio; è l’amore di Dante verso Beatrice, l’amore per la verità divina, per il potere della poesia come salvezza dalla morte; è l’amore di Paolo e Francesca e di tutti gli uomini che sono pronti a morire in nome di tale sentimento. Ed è questo il punto cruciale: la Divina Commedia ci parla di un amore e di una passione senza limiti, che, uniti al potere della poesia, sopravvivono al dolore e alla morte. Zurita regala, a questo punto, un prezioso aneddoto a proposito del poeta surrealista francese Robert Desnos, prigioniero nel campo di concentramento nazista di Theresienstadt, dove sarebbe morto poco dopo la liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche. Proprio nel momento della liberazione, un soldato ceco, Joseph Stuma, lo riconosce fra i prigionieri, lo chiama per nome e il poeta risponde consegnandogli un foglietto su cui aveva riscritto, in modo più conciso, una delle sue poesie, J’ai tant rêvé de toi (“Ti ho tanto sognato”). Il poeta aveva passato, infatti, tutta la sua prigionia riscrivendo quella poesia d’amore, arrivando ad un testo essenziale, in cui rimanevano i concetti più importanti, quelli per cui, forse, davvero valeva la pena sopravvivere. Un gesto, questo, che si erge a simbolo della vittoria dell’amore sulla morte, come se il poeta fosse un moderno Cristo, che resuscita per trasmettere la parola dell’amore puro.

Se, come a questo punto sembra evidente, la Divina Commedia è effettivamente fondata e centrata sull’amore, allora è possibile asserire che anche un semplice sguardo possa avere un potere talmente grande da influenzare la storia della letteratura. Dante incrocia gli occhi di Beatrice un paio di volte e questo è sufficiente a far nascere nel poeta fiorentino la voglia, l’impegno e la necessità di scrivere un’opera meravigliosa, di combattere la solitudine umana e la morte con la poesia e l’immaginazione, strumenti che trascendono il tempo e lo spazio e che permettono a un uomo innamorato di concretare quei due incontri fugaci con la donna sempre amata, sanando la distanza fra due anime, fra il cielo e la terra, la vita e la morte. Ma la potenza di questa unione universale risiede soprattutto nel non esaurirsi nell’hinc et nunc dell’opera e del periodo in cui essa venne scritta, nel travalicare i confini del tempo ed arrivare fino ai giorni nostri non solo come grande verità umana, ma anche come preziosa eredità letteraria. Zurita sottolinea, a ragione, come questo legame (e la forza che ne deriva) fra sguardo, amore, vita e morte attraversi la poesia italiana, arrivando, per esempio, a Cesare Pavese e alla sua Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, testo pubblicato postumo e che sembra preannunciare di qualche mese il suicidio del poeta. Qui l’amore per l’attrice Constance Dowling si fonde con il presagio di morte che l’autore ormai sente costantemente, una morte che gli si presenterà tramite lo sguardo della donna. Tra l’altro, questa stessa poesia si chiude con un riferimento all’aldilà: tutti gli uomini (prima o poi) scenderanno “nel gorgo muti”. E anche un altro grande della letteratura italiana come Eugenio Montale sceglie il trio amore-morte-sguardo per salutare la moglie nella delicata Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale: Mosca, soprannome dato dal poeta alla moglie Drusilla Tanzi per la sua forte miopia, muore lasciandolo solo a destreggiarsi nella realtà di tutti giorni e a ricordare i momenti della loro quotidianità. Montale, nel suo infinito amore per la moglie, ammette come fosse lei quella con gli occhi più acuti, quella che meglio sapesse leggere la verità delle cose, molto più di lui, che, per necessità, doveva sorreggerla aiutandola a scendere gli scalini, che lei non riusciva a distinguere bene. Siamo oltre il classico binomio eros e thanatos, oltre l’unione fra sguardo e amore, ricorrente nella poesia da Cavalcanti e Guinizzelli a Shakespeare, da Petrarca a Merini e Prevért, un’unione che ritroviamo anche in altri generi letterari, come i trattati (Andrea Capellano, Sigmund Freud) o la prosa (un esempio su tutti, Dino Buzzati e il suo Un amore). In Dante, e nell’eredità letteraria e umana che ha lasciato, lo sguardo e l’amore che ne deriva incarnano la vittoria finale sulla morte, una morte non solo fisica, ma anche, e soprattutto, dell’anima, persa nella quotidianità, nella solitudine di un umanità smarrita nell’inferno dell’esistenza, piena di ‘selve oscure’, sull’orlo della perdizione, ma salvata in extremis da quattro occhi che casualmente s’incrociano: un incontro in cui il dolore si dissolve, si annulla la primordiale distanza fra cielo e terra e l’uomo, vedendo l’altro, può finalmente riconoscere se stesso.

(Silvia)

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