Podemos, Guanyen, Ahora Madrid. Ovvero, il capolavoro politico della nuova sinistra spagnola

Il 25 maggio 2015 la maggior parte dei quotidiani italiani riportava una notizia che, più o meno, suonava così: “Madrid e Barcellona: trionfa Podemos alle amministrative spagnole”.

Da quando nel 2003 ho iniziato a occuparmi di Spagna, prima come studente poi come ricercatore, ho sempre provato una certa irritazione nei confronti della superficialità con cui la stampa italiana guarda al Paese iberico. Una superficialità che ha un riflesso preciso nel modo in cui la maggioranza degli italiani interpreta ciò che avviene in Spagna. E non potrebbe essere diverso visto che la stampa è il principale filtro attraverso il quale si conoscono i fatti che accadono oltre i Pirenei.

Venendo al caso delle elezioni comunali di Madrid e Barcellona sarebbe il caso di sottolineare che Podemos non ha vinto un bel niente per il semplice motivo che non ha partecipato alle elezioni, né come partito né con propri candidati in liste civiche. Podemos si è limitato a dare indicazione di voto ai suoi elettori, per altro dopo alcune trattative, come nel caso di Ada Colau, neo-sindaco di Barcellona e fondatrice di Barcelona en Comù, altrimenti nota come Guanyem. Stesso discorso è valido per Manuela Carmena, giudice del Tribunal Supremo spagnolo, e a capo della lista civica Ahora Madrid.

Cercherò ora di analizzare il caso di Barcellona e quello di Madrid in due modi distinti. Nel primo mi concentrerò sull’accordo elettorale tra Podemos e Guanyem. Nel secondo, invece, focalizzerò su quanto è successo immediatamente dopo la vittoria di Ahora Madrid.

Ada Colau è un’attivista dei movimenti sociali, ha lottato in prima linea contro gli sfratti nei confronti dei proprietari di immobili che non riuscivano a pagare il mutuo sulla prima (e unica) casa a causa della crisi economica che ha investito il Paese a partire dal 2010. È celebre una foto del neo-sindaco di Barcellona trascinato a forza da un agente di polizia durante uno sgombero. Colau non è quindi una politica di professione, ma proviene da quella che ultimamente si definisce come “società civile”. Il movimento che ha fondato si presenta come alternativa alla politica tradizionale catalana che, a livello comunale di Barcellona, ha sempre visto il dominio assoluto del Partito Socialista Catalano (PSC, emanazione barcellonese del PSOE, al governa della città dalla fine del franchismo e fino al 2010) e di Convergencia i Uniò (CiU, formazione democristiana molto potente a livello regionale). Il Partito Popolare (PP), per i catalani, non è mai stata un’opzione realmente valida.

L’elettorato al quale si rivolge Ada Colau è quello della sinistra barcellonese e catalanista. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza e marca la differenza tra Guanyem e Podemos: Pablo Iglesias è contrario all’indipendenza catalana e le sue posizioni in materia sono molto vicine a quelle del PSOE, ovvero per una riforma della Costituzione in senso federalista. Soprattutto per questa differenza di vedute con il movimento di Ada Colau, Iglesias capisce che presentandosi con Podemos a Barcellona non otterrebbe molto riscontro, anzi rischierebbe di frammentare il voto dell’elettorato di sinistra e, quindi, compromettere l’obiettivo principale del suo partito: mandare a casa la vecchia e corrotta classe politica iberica. Questo stesso ragionamento Iglesias lo applica a Madrid e in altri municipi della Spagna (altro elemento che i quotidiani italiani dimenticano è che si è votato in tutto il Paese!), ma è a Barcellona che risulta evidente la preparazione del giovane leader di Podemos, anche perché, contrariamente a quanto si possa credere, la società catalana ha nocciolo duro conservatore e cattolico che ha un peso elettorale e finanziario non indifferente. Decidendo di dare appoggio esterno a Guanyem, Iglesias indirizza il suo potenziale elettorato barcellonese verso un movimento che in molti punti del programma coincide con Podemos, ma che presenta alcune differenze sostanziali che, nel qui e ora della battaglia elettorale sono secondarie. Quindi Ada Colau acquista visibilità e risonanza mediatica grazie a Iglesias, ma mantiene autonomia e indipendenza: non un uomo di Podemos entrerà nella giunta del neo sindaco, né tanto meno ella sarà disposta a farsi condizionare da Madrid. In questo modo, e in maniera del tutto speculare a quanto fatto con Manuela Carmena (che, si noti, è un magistrato a fine carriera, attivista del Partito Comunista clandestino durante la dittatura, quindi con un profilo e un storia molto diversi quelli della quarantenne Ada Colau), Iglesias riesce a non disperdere il già frammentato voto della sinistra e quindi favorire la sconfitta dell’ex sindaco Trias.

A Madrid lo scenario pre-elettorale era diverso perché nella capitale Iglesias gioca in casa. Proprio per questo, e in vista delle elezioni generali di novembre in cui si eleggerà il nuovo Primo Ministro, decide di fare del caso Barcellona la norma, qui soprattutto per non bruciarsi. Quindi appoggia la candidatura di Manuela Carmena che, come nella capitale catalana ma per ragioni diverse, capta i voti dell’elettorato di sinistra stanco e deluso da PSOE e Izquierda Unida (una specie SEL). Il capolavoro politico di Iglesias, questa volta, è seguito dall’intelligenza di Manuela Carmena che, non appena visti i risultati e realizzato che godeva di una risicata maggioranza relativa, decide di aprire al PSOE per un accordo di governo sulla città capitale. Capisce, il magistrato, che chiudersi a riccio in un acritico rifiuto di scendere a patti con chicchessia sarebbe controproducente e favorirebbe il PP, che a Madrid governava da 20 anni e che aveva un candidato forte come Esperanza Aguirre. Questa coda del voto capitolino mi fa sorgere spontanea una domanda, anzi, mi riporta alla mente un’immagine precisa: mi ricordo di quando, nel 2013, il M5S decise in maniera scellerata di mandare al diavolo Bersani che proponeva loro di far parte del Governo, forse perché, allora come oggi, il Movimento è incapace di fare una proposta seria, di dare dei nomi di persone competenti e non calati dall’alto dal duo Grillo-Casaleggio. Lo scarto tra i Pentastellati e i movimenti come Podemos, Guanyem e Ahora Madrid sta esattamente in tutto ciò che avviene immediatamente prima e immediatamente dopo il voto. Iglesias, e tanto meno Colau o Carmena, non ha mai dichiarato di voler aprire le Cortes come una scatola tonno. I nuovi attori politici spagnoli si limitano a fare proposte concrete, di parte (la sinistra) e si organizzano in strutture che l’elettore riconosce. La forza di Podemos risiede proprio nell’essere allo stesso tempo un partito nuovo (liquido, che usa Internet) e tradizionale (con un segretario che va, anzi fa televisione).

A Barcellona Iglesias non ha imposto alcun marchio registrato ad Ada Colau, le ha dato appoggio in base a un programma in 10 punti che certamente era condivisibile da Podemos, ma senza l’obbligo di applicare il metodo Podemos al suo movimento e al suo modo di fare politica. A partire dal 25 maggio 2015 i destini di Colau e Iglesias si separano, pur continuando a condividere l’elettorato. Per questo, a Barcellona, ha vinto Barcelona en Comù: i barcellonesi hanno riconosciuto il movimento, è loro famigliare, ma allo stesso tempo rappresenta una novità.

A Madrid, invece, la decisione di Manuela Carmena di aprire ai socialisti non ha provocato né epurazioni, né tanto meno tragedie di massa 2.0. Era la cosa più logica da fare per dare vita a un processo di cambiamento che, oggi, sembra molto più realizzabile in Spagna che in Italia. Iglesias non ha gridato allo scandalo e gli elettori di Podemos non si sono scandalizzati. L’obiettivo non è un Far West politico dove vince il più forte, ma un lenta erosione del sistema che finora ha dominato in Spagna e che ha mostrato tutti i suoi limiti durante la crisi economica. Non è un caso, infatti, che Podemos, Guanyem e Ahora Madrid siano figli della crisi.

In ultima analisi, Iglesias ha avuto l’intelligenza di fare un passo indietro, mettersi in disparte e dare appoggio politico a chi ha una concezione della politica speculare a quella di Podemos (di sinistra, ambientalista, trasparente, ecc.). In questo modo ha ottenuto due risultati: ha scalzato la vecchia politica da Madrid e Barcellona e, nelle stesse città, sa che a novembre potrà contare su un elettorato numeroso. Se proprio vogliamo, più che di una vittoria si dovrebbe parlare di un’ottima strategia. Per quanto Pablo Iglesias sia in questo momento influente sull’elettorato spagnolo, senza le idee e la forza di Ada Colau, Manuela Carmena e di tutti gli attivisti dei due movimenti, dubito che oggi i partiti della vecchia politica spagnola si starebbero leccando le ferite. Ne è una dimostrazione il fatto che nel resto della Spagna, dove non sono nati movimenti speculari a quelli di Madrid e Barcellona, o per lo meno non con la stessa forza d’urto, il risultato più eclatante è forse la vittoria del Partito Nazionalista Vasco (che non è l’ETA) a San Sebastián. Ma non si tratta certo di una novità nel panorama politico iberico.

(A)

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