Ipocrisia 2.0

Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole“.
(Dal Vocabolario Treccani)

Così si può brevemente definire l’ipocrisia, da sempre un male – perché di questo si tratta – dell’essere umano, qualcosa che purtroppo è insito in ciascuno di noi in quanto uomo. E che oggi sta arrivando a picchi preoccupanti. Forse (anche) per colpa dei social network.

Che ci piaccia o no, ormai i social media come Facebook sono all’ordine del giorno, sono sulla bocca di tutti. E sui computer o smartphone di tutti. Li utilizziamo, ci conviviamo e quello che ci si può trovare non sono solo articoli, fotografie, video. Il più delle volte sono i commenti delle persone, i loro “status”, le loro considerazioni ad avere un peso (sociale) maggiore. Perché Facebook è nato originariamente proprio per questo, per mettere in contatto le persone e farle “dialogare”. Ed è proprio qui, in questi contesti discorsivi, che molti danno il meglio di sé con l’ipocrisia. O meglio, il peggio.

Perché se è facile scrivere frasi lacrimevoli per i più bisognosi, mettere il famoso “mi piace” ad una foto che ritrae un bambino povero, un gattino abbandonato o una persona gravemente malata, se è così facile scrivere parole di conforto verso sconosciuti o verso personaggi famosi, se è cosi facile vedere molti autoproclamarsi difensori del bene assoluto, non è altrettanto facile comportarsi di conseguenza. E spesso sono queste stesse persone “pie” ad agire in modo totalmente opposto. Coi fatti o con altre loro parole sempre sullo stesso Facebook. Quasi si trattasse di persone con una personalità bipolare.

Non penso di scrivere nulla di che con queste mio post, di rivelare chissà quale scoperta. Tutto nasce da semplici osservazioni come utente di Facebook. Quello che vi sto dicendo immagino lo abbiate visto, più e più volte, coi vostri occhi. Ma ho voluto metterlo qui nero su bianco, per rifletterci su. E per chiamare le cose coi loro nomi.

C’è chi condivide foto di Emergency, ma poi ha parole dal sapore filorazzista sugli immigrati in Italia; chi condivide foto di personaggi politici di grande spessore morale, ma poi parteggia per un partito pieno di indagati o che fa dell’insulto la sua bandiera; chi scrive frasi sulla sensibilità e sul rispetto, sulla comprensione altrui, ma poi insulta le persone per categorie perché “colpevoli di esser di quella categoria” o non ascolta se non la propria voce e le proprie costanti lamentele.

C’è chi si lamenta di non esser compreso, chi se la prende con l’indifferenza della gente, ma poi nella vita faccia a faccia, quella reale, aggredisce chi non è come piace a lui. C’è chi soffre veramente, ma che scrive parole taglienti contro altre persone che soffrono, come se il dolore non fosse uguale per tutti. C’è chi si sente il paladino della giustizia, il portatore del nuovo verbo e della nuova legalità, ma poi è il primo a fare le cose in nero o a fare il furbetto italiano.

L’ipocrisia non l’ha certo inventata l’era dei social network, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ma ad oggi, in un mondo iperconnesso, in cui tutti possiamo dire la nostra in qualsiasi momento, semplicemente collegandoci ad un social media, tutto è più amplificato. Non maggiormente palese, perché i comportamenti ipocriti si son sempre visti, ma ora tutto è più rapido, amplificato, ostentato e senza filtri. E questi nuovi mezzi di massa hanno decisamente cambiato il mondo della comunicazione, personale ed istituzionale.

Tacciare i social media di superficialità, ritenerli semplici contenitori che non hanno nulla a che fare con la vita reale, trattarli con sufficienza non ci rende intellettualmente superiori, tutt’altro. Gran parte della nostra vita sociale – e non solo – passa ormai attraverso loro; le persone li trattano come vere e proprie piazze in cui metter in tavola la propria vita, giusto o sbagliato che sia; la stampa ormai non può praticamente farne a meno.

Dobbiamo prendere atto di tutto ciò, analizzare la questione, chiederci, tra le altre cose, come mai ora siamo dal “tasto facile”, come mai scriviamo spesso di impulso o peggio senza freni inibitori. Dando vita, in molti casi, proprio ad esternazioni solo ripiene di tanta, tanta ipocrisia.

(L.)

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