Ma cosa sta succedendo in Spagna?

Da qualche giorno è ormai certo che la Spagna ritornerà al voto il 26 giugno 2016, poco più di sei mesi dopo esserci già stata il 20 dicembre 2015.

Com’è noto dalle urne pre-natalizie non è uscito un verdetto chiaro: nessun partito ha ottenuto la maggioranza dei seggi del Parlamento e nessuna forza politica in coalizione con altre forze del suo stesso colore è riuscita formare maggioranza. Di fatto, né a destra il Partido Popular (PP) e Ciudadanos, né a sinistra il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e Podemos avrebbero sommato i seggi necessari per ottenere la fiducia (investidura) del Parlamento. Apro una parentesi per precisare che in Spagna la presa di potere di un Governo è leggermente diversa rispetto all’Italia: mentre a Roma l’incaricato dal Presidente della Repubblica propone un Governo al Parlamento che gli conferisce la fiducia, a Madrid il Parlamento investe l’incaricato del Re delle facoltà di formare il Governo che, poi, non si sommetterà a un’ulteriore votazione. Quindi, per dirla in poche parole, in Italia il Parlamento dà la fiducia al Governo, in Spagna, invece, la conferisce al singolo candidato Primo Ministro.

Di fronte all’impossibilità di formare un Governo monocolore, come è sempre stato nella Spagna democratica, in questi quattro mesi e mezzo è successo un po’ di tutto. Cerco di riassumere le principali tappe.

Il PP, partito di maggioranza relativa, ha quasi fin da subito rinunciato all’onere di formare un esecutivo. Dopo un primo giro di consultazioni, infatti, Mariano Rajoy (attuale Primo Ministro in funzione e leader del PP) ha pubblicamente dichiarato che il PSOE non era disponibile a un governo di larghe intese e che, quindi, non aveva i numeri per presentarsi alla Camera e ottenere l’investidura. Quindi il Re Felipe VI, dopo aver incassato la rinuncia di Rajoy, ha incaricato Pedro Sánchez, segretario e candidato Primo Ministro del PSOE, di formare il governo. Il gesto del sovrano segue alla lettera la Costituzione Spagnola che obbliga il Capo di Stato (il Re) ad affidare la formazione del governo al partito più votato e, in caso di rinuncia di questi, a quello arrivato secondo.

Pedro Sánchez accoglie l’incarico del Re con entusiasmo e gli uomini del PSOE iniziano le contrattazioni con Ciudadanos (partito conservatore di recente formazione guidato da Albert Rivera) e Podemos (partito di sinistra più volte erroneamente accostato al M5S dalla stampa italiana e guidato da Pablo Iglesias), escludendo quindi il PP, coerentemente con la linea seguita fino a quel momento. Ed è in questa fase di trattativa che avviene il corto circuito perché il PSOE, invece di fare di tutto per arrivare a un accordo con Podemos, che avrebbe potuto essere il primo passo per una coalizione più ampia con le altre forze di sinistra rappresentate nel Parlamento, si affretta a firmare un patto di governo con Ciudadanos, quindi pendente a destra, con la speranza che la formazione di Pablo Iglesias cedesse su alcuni punti del suo programma (in primis il referendum sull’indipendenza in Catalogna) e si unisse al patto o, quanto meno, si astenesse alla seconda votazione di fiducia, dove sarebbe stata sufficiente una maggioranza relativa dei seggi. Podemos, contrariamente alle previsioni di Pedro Sánchez, non solo non si somma alla coalizione, ma vota con un sonoro NO la fiducia alla Camera. A questo punto, siamo a fine febbraio, inizia una lenta agonia durante la quale tutti i partiti si rimpallano la responsabilità del fatto che la Spagna sia senza un governo fino a quando il Re non interviene e decreta la fine del pietoso teatrino sciogliendo le Cortes e applicando alla lettera, ancora una volta, la Costituzione vergata da suo padre Juan Carlos nel 1978.

Ci sono due punti su cui vale la pena riflettere per capire a fondo l’attuale stallo istituzionale spagnolo: il primo riguarda il perché in Spagna non sia stato possibile formare un governo di coalizione come quello tedesco o di larghe intese come quello italiano; il secondo punto, diretta conseguenza del primo, riguarda la posizione e il ruolo che in questa fase hanno avuto i due nuovi partiti che si sono presentati alle elezioni, Podemos e Ciudadanos, nelle trattative con il PSOE.

La ragione per la quale non è stato possibile formare un governo di coalizione in Spagna è molto semplice: i due principali partiti, il PP e il PSOE, hanno vedute del mondo completamente distinte, antitetiche direi, in definitiva inconciliabili. Tuttavia, credo che la vera ragione di fondo del mancato accordo risieda nella paura: andare a formare governo con il nemico di sempre avrebbe significato una perdita in termini di consenso insopportabile per entrambe le formazioni che avrebbe finito per favorire Podemos e Ciudadanos. Le basi dei due partiti maggiori, infatti, hanno storie diametralmente opposte: il PSOE è un partito storico, fondato nel 1879, che, quindi, ha vissuto in prima linea tutti i principali avvenimenti spagnoli degli ultimi 137 anni, Guerra Civile inclusa. Il PP, da parte sua, nasce dalla fusione di tutta una serie di partiti di centro-destra prima radunati in Alianza Popular (AP), fondata a sua volta da Manuel Fraga, già ministro dell’Informazione durante il franchismo. È, quindi, l’erede politico della destra moderata che ha governato durante l’intera dittatura insieme all’esercito e alla gerarchia ecclesiastica. Alla siderale distanza ideologica tra PP e PSOE bisogna aggiungere il fatto che in 40 anni di vita democratica questi due partiti hanno sempre godute di ampie maggioranze e non hanno mai dovuto pattare tra loro. Solo in alcuni casi hanno dovuto cercare appoggio esterno in formazioni ideologicamente affini. Questa poca abitudine al compromesso politico, alla negoziazione e diplomazia parlamentaria ha costituito uno scoglio enorme per la formazione del governo: tanto il PP come soprattutto il PSOE non sono disposti a fare un passo indietro, rinunciando ad alcuni punti del programma, in favore di un accordo. Nella loro logica il patto si tramuta in una accettazione da parte dell’avversario del loro programma elettorale in toto.

Per quanto riguarda il ruolo di Podemos e Ciudadanos è necessario distinguere. Da un lato Podemos, che con Pablo Iglesias ha tirato la giacca di Pedro Sánchez per un coalizione di sinistra capeggiata dal PSOE e in cui la formazione viola avrebbe dovuto avere alcuni dicasteri chiave, tra cui si vocifera la Difesa e la Vicepresidenza del governo. In questo dettaglio non da poco credo si evidenzi la principale differenza con il M5S: se, in Italia, tre anni fa, a contrattare con Bersani ci fosse stato Iglesias invece che Crimi, probabilmente oggi Palazzo Chigi avrebbe un altro inquilino, ma andiamo avanti e lasciamo perdere la fantapolitica perché il reale motivo del mancato accordo è una lotta interna allo stesso PSOE. Non è un mistero infatti che Sánchez fosse chiuso tra due veti che gli impedivano di fare accordi sia con il PP, che con Podemos. Lo scopo di una parte del partito è, infatti, bruciare (cargarse in spagnolo) Sánchez approfittando della situazione e spianare la strada a una nuova dirigenza. Quindi l’alternativa per il giovane segretario era una e una soltanto: bussare alla porta di Albert Rivera.

Il leader di Ciudadanos, da parte sua, non volendo entrare in alleanza con il PP a causa della sequela di casi di corruzione che stanno colpendo il partito, e sapendo che Sánchez non aveva altre alternative, ha strizzato l’occhio al PSOE, che in fretta e furia ha scritto e firmato l’accordo di governo. Accordo che si è rivelato utile solo a Podemos, che ha iniziato a mettere in evidenza le contraddizioni del Partito Socialista, non solamente evidenziando lo scarto esistente tra il programma elettorale del PSOE e il patto di governo stretto con Ciudadanos, ma anche andando a realizzare un accordo pre-elettorale con Izquierda Unida (IU), che possiamo comparare con la nostra SEL. Questo nuovo patto Podemos-IU ridisegna il panorama politico spagnolo e introduce una novità inaspettata che, forse, potrà essere decisiva il 26 giugno.

Gli scenari che possiamo aspettarci dalle elezioni non sono molti. Da un lato il PP è forse il partito che ha subito meno danni in questi mesi e, quindi, è lecito aspettarsi una sua crescita in termini di consenso. Ciò lo renderà più forte e temo che Ciudadanos, il cui obiettivo è il potere, cederà alla tentazione di formare un governo con Rajoy. All’opposto, il PSOE rischia di perdere qualche voto e, di conseguenza, di lasciare spazio a Podemos-IU, i quali hanno l’occasione di essere il primo partito della sinistra spagnola. Ma queste sono solo ipotesi; di sicuro, ne vedremo delle belle.

(A.)

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#25NOV a Santiago del Cile con la Marcia Mondiale delle Donne

Lo scorso 25 novembre Santiago del Cile è diventata scenario della marcia annuale per la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne convocata dalla Rete Cilena contro la Violenza alle Donne. Gli oltre 50 femminicidi che si contano nel Paese dall’inizio dell’anno sono un simbolo della necessità di continuare a protestare contro una politica e una società che non proteggono la metà dei propri membri, a lottare affinché le donne, al pari degli uomini, siano padrone del proprio corpo, delle proprie decisioni, dei propri spazi.

Una serata ventosa ha accolto circa 5000 persone, che hanno deciso di omaggiare tutte le donne che difendono i loro diritti, quelli di tutti e quelli della natura, con la memoria rivolta a las mariposas, le tre sorelle Mirabal assassinate durante la dittatura di Trujillo in Messico il 25 novembre 1960. Quest’anno un pensiero speciale è andato a Máxima Acuña de Chaupe e Mirtha Vásquez, entrambe peruviane: la prima è attivista in difesa della propria terra contro gli interessi economici della multinazionale mineraria Yanacocha, la seconda è la sua avvocatessa, recentemente colpita da una forte campagna di denigrazione.

La marcia si è svolta fra Plaza Italia e Los Héroes. Sulla Alameda, una delle strade principali di Santiago, con cartelli, rabbia e volontà di cambiamento c’eravamo anche noi della Marcia Mondiale delle Donne – Cile. La MMM-Cile è un’organizzazione femminista nata nel 2007, che segue il cammino del movimento globale lanciato ufficialmente l’8 marzo 2000, che è costituito da donne di più di 90 Paesi, il cui obiettivo è l’eliminazione della povertà nel mondo e della violenza contro le donne.

Abbiamo partecipato a questo #25NOV denunciando soprattutto due aspetti della violenza di genere: la quotidianità e il corpo come territorio autonomo. Gelosie, controllo, molestie per strada, dipendenza economica sono esempi di una violenza che si manifesta in modo più sottile, ma non meno grave, rispetto a un’aggressione sessuale.

Tanti aspetti diversi per un solo tipo di azione: la discriminazione basata sul genere, che porta la metà della popolazione mondiale a subire mutilazioni, stupri, esclusione dalle decisioni, dall’istruzione e dalla proprietà. E’ l’affermazione della cultura patriarcale, capitalista e neo-liberale, che relega la donna a mero oggetto sessuale, incubatrice impossibilitata a rinunciare alla maternità, lavoratrice occulta e non remunerata in ambito familiare.

Dall’anno della sua fondazione ad oggi la MMM-Cile ha portato avanti molte azioni di stampo femminista, partecipando agli incontri internazionali dei movimenti sociali, coordinandosi con altre associazioni del territorio e denunciando la discriminazione di genere in ambito economico e sociale. Ha organizzato corsi di formazione interni ed esterni su economia femminista, violenza contro le donne, conseguenze del modello estrattivista, diritti sessuali e riproduttivi, fra i molti. Inoltre, ogni sei mesi pubblica la rivista ‹‹Ceres››, con articoli dedicati a un tema prestabilito dal comitato editoriale e una parte finale dedicata a poesie e micro-racconti.

Seguendo questa linea, la alleanza tra la MMM-Cile e ANAMURI – Associazione Nazionale delle Donne del Campo e Indigene è stata cruciale per l’inaugurazione della Scuola Nazionale di Agroecologia- Seminatrici di Speranza nella località di Auquinco (VII regione). Le donne, che lì si sono formate, hanno lavorato periodicamente su temi come femminismo contadino, agricoltura e allevamento, territorialità, modelli di sviluppo, sovranità alimentaria, conservazione e cura dei semi nativi.

Tale esperienza mostra come donne e territorio siano uniti nella salvaguardia l’una dell’altro. Il modello patriarcale e capitalista ha optato per la distruzione delle risorse naturali e comuni, per lo sfruttamento del lavoro umano, relegando le donne in secondo piano e togliendo loro il diritto di decidere dei propri corpi, della propria alimentazione e delle proprie terre. Tuttavia, un nuovo movimento di donne consapevoli e responsabili del proprio futuro lotta per costruire un’alternativa alla violenza di genere sotto tutti gli aspetti.

Il corpo come territorio da proteggere in modo autonomo, il potere di decidere cosa coltivare e mangiare, l’indipendenza economica, l’accesso all’istruzione e alla sanità, sono le basi di questo nuovo #25NOV e per queste basi noi donne di tutto il mondo continueremo a scendere in strada, con le parole della MMM, “finché tutte e tutti saremo liberi”.

 

Silvia

 

(Versione in italiano di un articolo pubblicato in spagnolo su ENTITLE Blog)

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“CRISTO SI È FERMATO A EBOLI” E L’ITALIA DIVISA IN DUE: LA LEZIONE DI CARLO LEVI

“Cristo si è fermato a Eboli”: questa è la frase che Carlo Levi (Torino 1902-Roma 1975), autore e protagonista del libro omonimo, si era spesso sentito ripetere dai contadini della Lucania, dove l’uomo trascorse la sua vita da confinato durante il regime fascista. Da queste sei parole, pesanti come macigni e inevitabili come la morte, parte il romanzo del medico, pittore e scrittore piemontese, costretto per le sue idee politiche ad abitare in Basilicata nel 1935 e nel 1936. Nella prima pagina già si traccia quella che sarà la linea portante dell’intero racconto, ovvero, l’eccezionalità dei luoghi di cui si parla e delle persone che vi abitano; un’eccezionalità che deriva semplicente da una realtà che, a confronto con quella dell’Italia centro-settentrionale, appare diversa, oscura, nascosta agli occhi di tutti. Come Italo Calvino (Santiago de Las Vegas 1923 – Siena 1985) illustra perfettamente ne La compresenza dei tempi, saggio apparso nel 1967 sul numero della rivista ‹‹Galleria›› dedicato allo scrittore torinese, Levi fu “testimone della presenza d’un altro tempo all’interno del nostro tempo”, di un “mondo che vive fuori dalla storia di fronte al mondo che vive nella storia”. Il mondo ‘a parte’ di cui si parla è quello dei contadini lucani, che, come essi stessi affermavano, non erano ‘cristiani’, ovvero, ‘umani’: vivevano come bestie, il loro aspetto era bestiale e come bestie venivano trattati e considerati da tutto il resto d’Italia, soprattutto dallo Stato, incarnato dall’immagine distante e odiata di Roma.

Il libro, che in genere viene classificato come romanzo, come diario o come saggio, parte dal momento in cui il protagonista viene trasferito dalla cittadina di Grassano a quella di Aliano (nel romanzo chiamata “Gagliano”, secondo il dialetto del posto) per continuare a scontare il confino a cui era stato condannato come strenuo oppositore del fascismo. Allievo del pittore Felice Casorati (anch’esso anti-fascista, ma, dopo un arresto, non più in conflitto aperto con il regime), Carlo Levi era anche collaboratore delle riviste Il Baretti, Energie Nuove e Rivoluzione liberale, cofondatore della rivista Lotta politica e di Giustizia e libertà, movimento politico liberal-socialista fondato a Parigi nel 1926. Proprio per queste sue attività, venne confinato in Lucania, un luogo allora tanto disperso e remoto da poter essere considerato una prigione a cielo aperto. Arrivato a destinazione, scopre un mondo isolato da tutto il resto, arcaico, pre-cristiano, legato a doppio filo con la terra, con la magia e con una rassegnazione atavica. Scopre, insomma, la cosiddetta “questione meridionale”. Dopo l’Unità d’Italia proclamata nel 1860, il problema principale fu mettere in pratica l’idea di Stato unito che aveva mosso le azioni militari e politiche dei decenni precedenti: l’unificazione era stata ottenuta ‘dall’alto’, senza la partecipazione della classe contadina e mettendo insieme regioni che non avevano assolutamente niente in comune se non il far parte dei propositi di unione partiti dal nord-ovest della Penisola. Nel 1877 venne pubblicata l’Inchiesta Franchetti-Sonnino con il titolo La Sicilia del 1876: Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, assieme al compagno di studi Enea Cavalieri, rimasero in Sicilia per i primi sei mesi del 1876, indagando la situazione economica e sociale del Mezzogiorno e portandola alla conoscenza del neonato governo italiano. L’affresco che dipinsero era impietoso: l’Italia del Sud era completamente discorde rispetto a quella settentrionale, i diritti umani minimi non erano garantiti (per esempio, i bambini venivano mandati a lavorare in miniera dai sette anni), l’istruzione era poco diffusa e tutelata, il sistema sanitario non arrivava alla maggior parte della popolazione, molti appezzamenti di terreno erano infestati dalla malaria. A livello economico la grande differenza risiedeva nella quasi totale mancanza di industrie: le terre meridionali erano principalmente latifondi, dove, nonostante l’abolizione del feudalesimo già sotto la dominazione borbonica (1734 – 1860), veniva mantenuta la forte disparità di classe. Come riportava l’Inchiesta, “il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso. Il latifondista restò sempre barone”.

In un tale contesto di malcontento, malattia, scarsità di lavoro, ingiustizia sociale, tasse pesanti per poter rimpinguare le casse demaniali (che però andavano a finanziare solo le regioni del centro-nord), si inserisce il fenomeno del brigantaggio: per i primi quindici anni dalla nascita dello Stato Italiano, nelle regioni centro-meridionali (Abruzzo, Calabria, Molise, Basilicata, Campania e Sicilia) gruppi di bande armate cercarono di ribellarsi a quelle condizioni di vita disastrose attraverso atti di estrema violenza, come rapimenti, omicidi e attentati agli edifici che rappresentavano il potere. I briganti erano soprattutto contadini e pastori, ai quali si unirono ex-militari, criminali ed evasi, una disomogeneità che in parte rivelava le forze che stavano dietro al fenomeno: già presente anche nell’Italia pre-unitaria, il brigantaggio fu sostenuto anche da quei governi, che erano stati destituiti con l’Unità (soprattutto quello borbonico); nemmeno il movimento, che protestava contro i soprusi dei potenti, riuscì a fuggire dalla ragnatela del potere. Il brigantaggio venne arginato dallo Stato in modo violentissimo, reprimendo nel sangue ogni tentativo di rivolta, arrestando, processando sommariamente e condannando a morte o all’ergastolo chiunque fosse sospettato di essere un bandito o un simpatizzante. Ovviamente, la soluzione al problema rese ancora più inviso lo Stato, che per l’ennesima volta mostrava solo il suo lato autoritario e che debellava il problema senza minimamente riflettere sulle sue cause, come denunciato, per esempio, dallo storico e politico Pasquale Villari (1827 – 1917) nelle sue Lettere meridionali (1878): nel testo il brigantaggio veniva definito come “la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie” e si sottolineava come “esso nascesse non da una brutale tendenza al delitto, ma da una vera e propria disperazione”. Un’intera parte d’Italia, quindi, era stata tagliata fuori dalla tanto attesa rivoluzione sociale promessa con l’Unità ed era ancora in attesa di infrastrutture, lotta all’usura, costituzione di un credito agricolo, diminuzione del potere dei proprietari terrieri e distribuzione equa della terra, ovvero, di quelli che Villari chiamava i “rimedii radicali”.

La Lucania era una regione storica dell’Italia antica che comprendeva quasi tutta l’attuale Basilicata, i territori meridionali della Campania e l’alta Calabria, zone, quindi, interamente interessate dalla “questione meridionale” e dal fenomeno del brigantaggio di cui si parlava sopra. Quando Carlo Levi, a metà degli anni Trenta, arrivò in quei luoghi, il brigantaggio era stato annientato quasi del tutto, ma, a distanza di sessanta anni dall’Inchiesta Franchetti – Sonnino, i problemi economici e sociali dell’Italia Meridionale rimanevano intatti: a Gagliano pochi signori locali avevano in mano le sorti della popolazione, prevalentemente costituita da contadini. Quasi nessuno di questi possedeva la terra che lavorava, ma era dipendente di qualche latifondista, che possedeva terreni scarni, poco fertili, assediati dal suolo argilloso e ostinatamente coltivati a grano, che mai cresceva in quantità sufficiente. Per questo la Eboli del titolo, cittadina in provincia di Salerno, diventa l’ultimo avamposto della società ‘civile’, ultima città ad aver ospitato Cristo, ovvero, ad essere abitata da cristiani-uomini: “Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Cristo si è fermato a Eboli inizia con l’arrivo a Gagliano del medico ‘straniero’: subito viene avvicinato dai personaggi di spicco, come il podestà, uomo di coraggio dubbio, lealissimo al partito fascista, ma comunque intenzionato (come la sorella) a mantenere un buon rapporto con il nuovo confinato per puri interessi personali (rubare la clientela agli altri medici del paese) o per orgoglio (fare sfoggio delle proprie conoscenze con un altro uomo di intelletto). Le varie persone di potere entrano in contatto con il forestiero quasi sempre per le stesse ragioni e con le stesse modalità. Al contrario, i contadini vedono subito nel nuovo arrivato la possibilità di avere finalmente un medico a portata di mano: entrano in relazione in modo brusco, con diffidenza e un certo rispetto verso l’uomo istruito, stupendosi del rifiuto di lui a ossequi e riguardi. Il dottore, che non esercitava la professione da tanto tempo, si lascia velocemente convincere da quel gruppo di uomini, donne e bambini, che sembrano un tutt’uno con la terra in cui vivono. Il protagonista-autore non manca di sottolineare i loro tratti selvaggi, a volte riportando il pensiero degli stessi contadini (“Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie”), altre descrivendo lui stesso come gli apparivano quelle facce tanto lontane dalla realtà da lui conosciuta (“La fontanella […] era allora affollata di donne […] immobili nel sole, come un gregge alla pastura; e di un gregge avevano l’odore”, “un vecchio […] aveva […] uno sterno sporgente come quello degli uccelli”, “Tutti questi bambini avevano qualcosa […] dell’animale e qualcosa dell’uomo adulto”). Anche i luoghi prendono le stesse caratteristiche della gente che ci abita (“Un incanto animalesco pareva stendersi sul paese abbandonato”), essendo questi allo stesso tempo causa e conseguenza dell’immobilità, della tristezza e della selvaticità degli esseri umani.

Tuttavia, nel resoconto che Carlo Levi fa della sua esperienza in Lucania, l’aspetto che ricorre più spesso è l’essersi ritrovato in un mondo parallelo ed estraneo a quello da lui conosciuto fino ad allora (“E pensavo che si dovesse scrivere una storia, […] se è possibile scrivere una storia di quello che non si svolge nel tempo”, “capivo, d’un tratto, come questi due tempi fossero, fra loro, incomunicabili”). Un mondo fatto di stanca rinuncia (“Un esiliato? Peccato! Qualcuno a Roma ti ha voluto male”, “A che cosa valgono le parole? E che cosa si può fare? Niente”), distante infinitamente dal centro politico ed economico dello Stato, visto come nemico, sfruttatore e invincibile (“Lo Stato, qualunque sia, sono ‹‹quelli di Roma››, e quelli di Roma, si sa, non vogliono che viviamo da cristiani”, “La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione”); uno Stato che esigeva pagamenti impossibili per l’economia di quelle regioni (“La tassa sulle capre era dunque una sventura: e poiché non c’era il denaro per pagarla, […]. Bisognava uccidere le capre, e restare senza latte e senza formaggio”), che preferiva non bonificare i terreni e non inviare medicinali per la profilassi contro la malaria, mandando a rotoli ogni tentativo di debellare la malattia e condannando la popolazione a rimanere inferma, debole e sottomessa, in un ciclo eterno che si ripeteva anno dopo anno, generazione dopo generazione, governo dopo governo. Nonostante questo, quando i soprusi erano molti e l’animo dei contadini non riusciva più a sopportarli, allora la rassegnazione lasciava il posto ad un subitaneo attacco d’ira, a un desiderio di vendetta e di violenza, che a volte sfociava in azioni di semi-brigantaggio: “quella gente mite […] sentiva rinascere in sé l’anima dei briganti […] e si danno al fuoco i casotti del dazio e le caserme dei carabinieri, o si sgozzano i signori”. Questo attacco repentino, però, era quasi sempre destinato a spegnersi ancora prima di qualsiasi gesto e, anche quando questo fosse stato compiuto, non portava a nessuna soluzione (“Poi vanno in carcere, indifferenti, come chi ha sfogato in un attimo quello che attendeva da secoli”).

Anche il fenomeno dell’emigrazione appare strettamente legato a una tale rassegnazione, oltre che alla necessità di fuggire dalla miseria più estrema. Negli Scritti sulla questione meridionale (1896-1915) dello storico e politico Gateano Salvemini (Molfetta, 1873 – Salerno, 1957), a proposito del fenomeno migratorio caratterizzante il Mezzogiorno, si affermava che “Delle molteplici, profonde malattie che affliggono la società meridionale […] la emigrazione è un effetto, non è il rimedio”; in altre parole, l’emigrazione era una conseguenza delle condizioni di vita terribili del Sud Italia post-unitario, ma non poteva essere la soluzione alla “questione meridionale”: quei territori erano un ‘rubinetto umano’ sempre aperto, perché la desiderata rivoluzione sociale non era avvenuta e non si stava facendo niente affinché avvenisse. In Cristo si è fermato a Eboli l’emigrazione si collega anche con la caratteristica rassegnazione del mondo contadino: il paese è pieno di “americani”, persone emigrate negli Stati Uniti, e che però avevano fatto ritorno al paese per mettere in mostra le loro piccole fortune, usandole per comprare terreni poveri e poco redditizi, o per sposarsi con una donna del luogo. In poco tempo, quindi, tornavano alla situazione da cui erano partiti: stesso luogo, stesso lavoro, stessa indigenza, stesso destino immutabile.

Carlo Levi rimase sopreso anche dalla magia, che in quelle zone si univa, senza molto stupore, alla religione e alla scienza. Le donne venivano chiamate ‘streghe’ e molte di loro erano  portatrici di una conoscenza atavica e portentosa, fatta di pozioni, filtri d’amore, formule per ‘incantare’ i vermi dei bambini, amuleti (“l’abracadabra […], un fogliolino di carta, o una piccola piastrina di metallo, con su scritta la formula triangolare”). I contadini erano pieni di storie dove spiriti di bambini guidavano verso tesori nascosti, dove i viaggi notturni dovevano essere ‘autorizzati’ dalle ombre, dove le capre venivano considerate esseri demoniaci. La magia era costitutiva di quella gente: “tutto è realmente possibile quaggiù, […] e non vi è alcun limite sicuro a quello che è umano verso il mondo misterioso degli animali e dei mostri. Ci sono a Gagliano molti esseri strani, che partecipano di una doppia natura”. Lo stesso Levi laciò che Giulia, la donna che lo aiutava in casa, lo mettesse al corrente di incantesimi, impiastri, pozioni; la donna-strega, nel giorno di Natale, gli rivelò addirittura gli incantesimi per togliere la vita a una persona.

Rassegnazione, magia, indifferenza, bestialità, miseria, solidarietà nei momenti difficili, capacità artistiche impensabili (i contadini improvvisarono uno spettacolo teatrale di protesta, quando lo Stato impedì al medico forestiero di esercitare la professione). Questo è quello che Carlo Levi conobbe durante il suo confino ed è di particolare interesse l’atteggiamento che assunse di fronte a tali elementi: nelle sue parole non c’è mai un giudizio, un dubbio, un insulto o un senso di superiorità. Al contrario, quello che traspare è lo stupore per l’esistenza di una parte d’Italia tanto diversa da tutto il resto e, soprattutto, un profondo amore e un innegabile rispetto verso le persone con cui condivideva le sue giornate. Nella stanza di un uomo morente, circondato dai familiari che aspettano la sua fine, il medico non nasconde i suoi sentimenti: “amavo quei contadini, sentivo il dolore e l’umiliazione della mia impotenza. Perché allora una così grande pace scendeva in me?”. Tanto amore lo portò a pensare che proprio quello fosse il tempo reale, e non quello conosciuto fino ad allora (“mi pareva di essere entrato, d’un tratto,  nel cuore stesso del mondo”), che quelle persone fossero le più pure e le più sincere e, per questo, affidabili e competenti (“poiché non hanno i pregiudizi della mezza cultura, i contadini sono, in generale, capaci di vedere la pittura: avevo l’abitudine di chiedere il loro parere sulle cose che avevo fatto”), criticando anche qualche ‘illustre’ dell’epoca, che aveva tradito quella natura (“D’Annunzio era uno dei loro [ma] aveva degradato quel mondo a puro strumento retorico, quella poesia a vuoto formalismo linguistico”). E lo stesso Levi diventò tutt’uno con quel modus vivendi, assimilandone le caratteristiche più profonde (“mi pareva di aver perso ogni senso, di essere uscito dal tempo, di essere tutto avvolto dal mare di una passiva eternità, da cui non sarei potuto uscire”), che sarebbero rimaste dentro di lui negli anni successivi al confino. Riferendosi ai suoi luoghi natii, raggiunti per un funerale, scriveva: “ora sentivo in me un distacco che non potevo superare, un senso di infinita lontanza, una difficoltà di adesione che mi impediscono di godere dei beni ritrovati”. Per Italo Calvino, Levi parlava di cose e persone “viste e descritte sempre con grande amore” e recuperava “l’antico nel nuovo, per trovare nell’antico le vie di comprendere il nuovo”, tanto che la sua scrittura diventava “un puro strumento di questo suo rapporto amoroso con il mondo”. All’amore alludeva anche Jean-Paul Sartre (Parigi 1905 – Ibid. 1980) ne L’universale singolare, suo contributo al numero di ‹‹Galleria›› dedicato a Levi: con l’espressione, che dava il titolo al saggio, il filosofo e scrittore francese si riferiva alla coincidenza, rilevata nel racconto di Levi, fra l’esistenza singolare e “tutte le forme umane del vissuto”. Questa coincidenza sarebbe la forma più pura d’amore: la cultura corrisponde alla natura, la Storia alle storie e si annulla la distanza fra due tempi apparentemente incompatibili. Cristo si è fermato a Eboli diventa, così, il ponte fra due realtà diverse, elimina l’incomunicabilità, restituisce valore e dignità a un mondo (quello contadino del Mezzogiorno post-unitario) ignorato, sopraffatto dalla propria inerzia e dal dispotismo dei potenti. In questa chiave è da leggere anche uno dei capitoli finali del libro, che assume senza dubbio un carattere saggistico: con straordinaria lucidità, Levi descrive la situazione dell’Italia Meridionale degli anni Trenta, sottolineando la necessità di abbandonare uno Stato autoritario e centralista a favore di uno che sia espressione di tante realtà autonome unite, unica soluzione alla distanza abissale fra governo e popolo del Sud. In queste stesse pagine, Levi anticipa l’idea di ‘rivoluzione contadina’ e vede nel mondo rurale una “potenziale forza storica determinante”.

Tuttavia, la volontà dello scrittore di (ri)portare alla luce la “questione meridionale”, comune a molti politici e intellettuali italiani degli ultimi due secoli, continua a rimanere inascoltata: nella anelata rivoluzione sociale del Mezzogiorno, qualcosa è fallito se, a quarant’anni dalla morte di Levi, l’Italia rimane ancora divisa in due. Il rapporto 2015 di SVIMEZ – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno dipinge un quadro preoccupante: nel periodo fra il 2000 e il 2013 l’economia dell’Italia Meridionale è cresciuta la metà di quella greca e presenta un divario di Pil pro capite rispetto al Centro-Nord pari a quello del secolo passato; la disoccupazione è altissima, gli stipendi non permettono una vita degna (in Sicilia il rischio di povertà è del 41,8 %) e si parla anche di “desertificazione industriale”. Alla base di quanto detto, negli ultimi trecento anni il Sud Italia si presenta quasi immobile, sempre sul bordo dell’arretramento, e la lezione di Carlo Levi appare sempre più chiara. Lo scrittore aveva colto questo abisso che spacca a metà la Penisola e capì che la soluzione del problema si prospettava lontana e improbabile, almeno fino a che fossero persistite l’abitudinaria indifferenza contadina e la comoda convinzione dello Stato che in Italia non esista un luogo dove Cristo non sia passato.

(Silvia)

 

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Un bimbo, una foto e una tragedia europea

Un bimbo in una fotografia. Nulla di speciale, detta così. Ma ci sono foto e foto. E bimbi e bimbi.
Quello di cui voglio parlarvi è il piccolo bimbo siriano morto pochi giorni fa sulle coste turche. Un piccolo migrante che, purtroppo, come molti altri, non ha trovato salvezza dal suo inferno, ma solo morte.

Sì, certo, se ne è già parlato tanto nei giorni scorsi, forse troppo. Sì, certo, non sono chissà chi e la mia opinione conta poco nel mare di tutte le altre. Ma non mi bastava commentarla e rifletterci su solo su Facebook o chiacchierando con amici. Avevo bisogno di metter nero su bianco tutto quello che, anche a me, ha suscitato. E non per protagonismo, ma per voglia di condividere il mio pensiero, i miei sentimenti.

Questa foto è, come ho già detto, sulla bocca di tutti, stampa in primis. Ma anche la politica ne sta parlando molto. E molti potrebbero dire “Bene, almeno forse ora si sveglieranno, forse la morte di qual piccolo scuoterà le loro coscienze”. Lo stesso, del resto, lo si potrebbe dire per la gente comune che fino ad ora era rimasta totalmente insensibile ed indifferente a questa tragedia. Molte persone che conosco, ad esempio, hanno scelto di condividere questa fotografia con il messaggio “Guardate con i vostri occhi quello da cui scappano queste povere persone”.

In merito alla stampa e a come si è comportata, ho letto diversi articoli di quella italiana, di diverse testate: un intervento de Il Post (http://www.ilpost.it/2015/09/02/foto-bambino-siriano-morto-in-turchia/), uno de Linkiesta (http://www.linkiesta.it/blogs/jusquicitoutvabien/la-nostra-placida-mostrificazione), uno di Valigia Blu (http://www.valigiablu.it/letica-della-condivisione-nellera-dei-social/). E ancora, uno di Wired Italia (http://www.wired.it/attualita/media/2015/09/03/domande-foto-corpo-aylan/?utm_source=facebook.com&utm_medium=marketing&utm_campaign=wired) e, da ultimo, uno di Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/christian-caujolle/2015/09/04/foto-bambino-migranti-aylan-kurdi). Tutti questi articoli, queste opinioni, si sono concentrate sulla scelta della stampa stessa di condividere o meno questa immagine tremenda. E su cinque, quattro hanno detto che no, che secondo loro non era il caso di condividerla. Ed io, in gran parte, mi trovo d’accordo con loro.

È vero, nel giornalismo la stessa fotografia è informazione, del resto si parla anche di fotogiornalismo. Ed è anche vero che spesso le parole non bastano a descrivere bene certe cose, l’immagine aiuta molto di più, racconta molto di più.

Ma è altrettanto vero che un giornale, in quanto tale, ha – almeno in teoria – da rispettare un’etica giornalista, una deontologia. E tra le varie “regole” deontologiche ci sarebbe anche quella di evitare la spettacolarizzazione. Aspetto che, quasi sempre, si raggiunge in primis proprio con le fotografie.

Ora, direte voi, ma quella foto è semplicemente triste, semplicemente tragica, non spettacolarizza nulla, ritrae solo un piccolo corpicino morto. Vero, ma in parte. Perché il proporla tutti in massa, magari anche più di una volta da parte di un singolo giornale, magari sia sul suo sito web che su Facebook o su Twitter, le toglie dignità. La rende soltanto una tra mille foto, una delle tante, innumerevoli foto che condividiamo su internet, presi dalla nostra ormai abitudine di cliccare “condividi” e diffondere così con un semplice click quello che è molto più di una “semplice immagine”. E questo si scontra con la grande responsabilità che i giornali, la stampa in generale, hanno verso il loro pubblico. In quanto, precisamente, mezzi di comunicazione di massa, mezzi che gestiscono l’informazione e poi la diffondono.

Questo, ovviamente, può dirsi anche per le condivisioni di questa foto da parte della gente comune, dei non addetti all’informazione. Ma poco cambia, anche qui si corre il rischio di arrivare ad una semplice banalizzazione del dolore. Siamo così circondati da immagini che ormai non riusciamo più a selezionare su quali riflettere, specie se le vediamo di corsa, di sfuggita, magari tra le milioni di altre cose che ci propone il nostro Facebook. Siamo così abituati a vedere un’immagine legata ad un testo giornalistico che ormai ci siamo “abituati” a questa nuova forma di discorso.

Il potere di una fotografia è immenso, anche nel narrare una storia, anche nel darci una notizia. Ma se una foto la duplichiamo, la triplichiamo, la condividiamo all’infinito c’è il forte rischio che questo potere possa svanire. E non perché la foto in sé smette di raccontarci la sua storia. Ma perché rischiamo di smettere di vederla come un’immagine con la sua storia. Finendo per vederla solo, banalmente, come l’ennesima copia di una “cosa” a cui già ci siamo semplicemente e banalmente abituati.

La foto di quel povero bimbo ha sicuramente scosso molte coscienze, ma purtroppo ne avrà lasciate molte altre (ancora) indifferenti al dramma attuale dei migranti. È vero, se non vedessimo certe cose probabilmente le capiremmo ancora meno di quando ci vengono solo raccontate a parole. Ma non si può negare la società in cui viviamo, una società per molti versi centrata sull’apparire, sul farsi vedere, sull’esserci. E non coi fatti o col proprio vissuto, ma semplicemente con delle immagini. Siamo quindi sicuri che ora, “drogati” come siamo di fotografie, riusciamo ancora davvero a capire che, specie in certi contesti, non sono solo semplici immagini, ma storie che ci vogliono dire molto di più di quel che mostrano?

(Lau)

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ZURITA E LA “COMMEDIA” UMANA: APPUNTI SUDAMERICANI

Santiago del Cile ha deciso di omaggiare i 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri, datata fra il 14 maggio e il 13 giugno del 1265, e lo ha fatto con quattro incontri nella Sala Ercilla della Biblioteca Nacional. A condurre l’iniziativa, dedicata alla lettura della Divina Commedia, il poeta Raúl Zurita, Premio Nazionale di Letteratura nel 2000 e recente traduttore del poema dantesco in castigliano. L’amore del poeta cileno per Dante affonda le radici direttamente nella famiglia Zurita, o meglio, in quella materna dei Canessa e dei Pessolo, che emigra da Genova in Cile a causa di un investimento finito male, che la costringe a iniziare da zero e a vivere in condizioni economiche molto ristrette. Poco dopo l’arrivo in Sudamerica, la vita del poeta è segnata da due lutti importanti: muore il padre e, a due giorni di distanza, anche il nonno. La famiglia rimane, dunque, in mano alla signora Josefina, che si occupa dei nipoti, mentre sua figlia trascorre il giorno a lavoro come segretaria. Sono proprio le ore passate con la nonna a far nascere l’interesse del Raúl bambino, che ascolta i versi dell’Inferno e del Purgatorio come fossero fiabe e racconti, rimanendone impaurito e affascinato allo stesso tempo. E la voce di Dante resterà per sempre nella mente e nell’anima del poeta cileno come ricordo indelebile dell’amata nonna e come orma onnipresente nel proprio percorso letterario, dalla trilogia Purgatorio (1979), Anteparaíso (1982), La vida nueva (1993) a Zurita (2011) fino all’impresa di tradurre la Commedia in castigliano.

Durante il primo incontro santiaghino, Zurita si è chiesto se uno sguardo possa cambiare la storia della letturatura: lo sguardo in questione è quello fra Dante e Beatrice, origine dell’amore del poeta per la giovane fiorentina e struttura portante della sua produzione letteraria. Per rispondere al quesito il poeta cileno parte dall’idea che la Divina Commedia sia costituita da un insieme di immagini, significati e personaggi sempre attuali. Afferma, inoltre, che il poema si basa su due binomi fondamentali, Beatrice-amore e suono-ritmo, e che le tre cantiche sono un’allegoria della vita e della solitudine umana. Per Zurita questi ultimi due punti sarebbero le basi di uno scheletro solido e valido aldilà  delle impalcature teologiche, politiche e storiche legate al contesto in cui sono nate e vissute le persone-personaggi in cui si imbatte Dante nel suo viaggio all’altro mondo.

Tuttavia, anche la cosmogonia e la teologia dantesche aiutano, in qualche modo, a costruire un’aura di eternità e universalità in quanto riflesso di un sistema di credenze datato, ma costitutivo delle radici della cultura cosiddetta ‘occidentale’. Come il poeta cileno ci suggerisce, tale sistema condivide archetipi di altre cosmogonie, altre teologie che non sono venute in contatto le une con le altre nel momento della loro comparsa nella Storia orale e scritta. Un esempio su tutti, il Mahābhārata, poema epico dell’India, nonché testo sacro della religione induista, e, con i suoi diciotto libri, forse il testo più esteso della letteratura mondiale. Attribuiti al saggio Bhavaghan Vinyasa, gli oltre duecentomila versi sono stati più probabilmente scritti da varie mani nell’arco di più di sei secoli, con una prima edizione risalente al III secolo a.C.; in Occidente il poema è arrivato solo nel XVIII secolo d.C. tramite la traduzione di una sua piccola parte, fatto che escluderebbe la sua conoscenza da parte dell’Alighieri. Il Mahābhārata racconta le gesta dei Bharatha, stirpe di principi a cui appartengono i Kuruidi e i Panduidi, in guerra fra loro. Lasciando da parte l’affascinante storia delle due famiglie e delle loro battaglie, influenzate e guidate dagli dei (come nella gran parte della letteratura epica mondiale), Zurita si sofferma sulla conclusione di questa lotta, quando i il re Yudhishthira, ultimo sopravvissuto, muore e finisce in un inferno orribile, dove l’amore, la speranza, la luce sono banditi e dove gli spiriti dannati vengono eternamente puniti per le loro azioni in vita. Yudhishthira riconosce le voci lamentose dei suoi familiari amati ed esprime, dunque, la volontà di rimanere nell’inferno, nonostante sapesse di essere solo di passaggio. Questo atto di amore fa sì che l’inferno si dissolva e che tutti, alla fine, possano vivere la loro eternità in paradiso. I punti di contatto con la Commedia dantesca sono molti: dall’esistenza di un inferno dove il dolore assoluto annulla tutto il resto, agli spiriti che nell’aldilà mantengono le stesse caratteristiche di quando erano in vita (si riconoscono come famiglia), fino ad arrivare all’amore che dissolve le pene più profonde. In tal senso, un episodio emblematico della Divina Commedia è quello di Paolo e Francesca nel V canto dell’Inferno: i due personaggi continuano a sentire l’amore che li legava in vita, a provare risentimento per colui che li ha uccisi. Mentre raccontano la loro storia al Dante-personaggio, ricreano forse l’unica manifestazione di amore all’interno dei primi trenta canti, amore che per un solo istante sospende la pena infernale in modo tanto potente che il poeta sviene, sopraffatto dallo scontro di tale sofferenza con il legame fortissimo dei due amanti di Ravenna.

Per quanto riguarda il binomio suono-ritmo, Zurita sottolinea il protagonismo assoluto del linguaggio dantesco, che sopravvive alla lettura allegorica del testo e, di conseguenza, alla volontà dell’autore. Se l’allegoria perde il suo valore perché afferente a un universo di idee datate, la lingua rimane presente e viva e, nell’interpretazione del poeta cileno, l’intera Divina Commedia potrebbe essere un’allegoria del linguaggio stesso, con Inferno e Paradiso a rappresentare il dolore e l’amore assoluti, ovvero, l’indicibile, che si traduce nei silenzi, nelle pause della lingua, e il Purgatorio, invece, ad incarnare la lingua stessa. E l’idea ha un suo fondamento se si pensa alle volte in cui il Dante-personaggio si ritrova senza parole davanti alle sofferenze delle anime dei condannati o alla magnificenza del cielo e della gloria divina, momenti del racconto in cui la parola cede volentieri spazio al non detto, al sentimento, all’immagine e ai colori. Nel Purgatorio, invece, questa stessa parola si presenta in tutta la sua potenza dialogica: in assenza di dolore eterno o di amore puro, il logos può imperare indisturbato. Potremmo, quindi, vedere il Purgatorio come un filo che unisce e separa Inferno e Paradiso, così come la lingua cerca di dare voce e significato al dolore e all’amore.

Zurita pone, inoltre, l’accento sul ruolo del linguaggio, e in particolare della poesia, come unificatore di due parti. Il cielo e la terra, il paradiso e gli inferi si generano e perdurano divisi già nella cultura greco-romana: dalla Teogonia di Esiodo, dove si racconta il mito della nascita del mondo attraverso la separazione di Gaia (terra) e Urano (cielo) e si segna l’esistenza di una distanza primordiale, fino al De rerum natura, in cui Lucrezio parla dell’amore come fonte di sofferenza, in quanto due amanti non potranno mai sentirsi soddisfatti, il desiderio l’uno dell’altro non si potrà placare e per le due anime innamorate sarà impossibile (re)incontrarsi in modo completo, una distanza che non verrà mai annullata. Nel caso della Divina Commedia, Zurita si sofferma anche su due applicazioni della lingua: una è la scrittura, che ci permette di entrare in un mondo al di fuori delle leggi fisiche del tempo, dove la vita e la morte sono sospese e dove è possibile l’incontro di più di mille anni di tradizione letteraria, che parte con Omero, passa da Virgilio ed arriva diretta nelle mani di Dante Alighieri, sintesi di tutta l’antichità e sublimazione di ciò che è stato scritto prima di lui a proposito dell’aldilà e del viaggio come metafora di vita. L’altra applicazione è la letteratura, e il suo ruolo nell’umanità: la Divina Commedia, come ogni opera letteraria, implica una domanda, che, in questo caso, gira intorno alle cause della sofferenza umana; tale domanda e la sua risposta, condensate nell’opera letteraria, non trasformano del tutto il mondo (la sofferenza, per esempio, non si estingue), ma aiutano a far sì che questo non collassi sotto il peso della realtà.

Proprio a quest’ultimo punto è legata l’idea della Commedia come simbolo della solitudine umana e, ancor prima, come allegoria della vita e della morte: il Dante-personaggio attraversa un Inferno e un Purgatorio per arrivare in Paradiso, così come può accadere ad ogni uomo che si è perso e si trova in un momento difficile della sua vita, e dovrà affrontare un periodo di dolore, cercare con fatica di uscire da questa situazione fino a ritrovare uno stato di pace. E, come suggerisce Zurita, quello che alla fine del viaggio il Dante-personaggio incontra non è propriamente Dio, ma se stesso: il volto dell’uomo con sullo sfondo l’intero universo, l’immagine forse più pura della solitudine dell’intero genere umano. Anche per questo la Commedia non perde la sua forza al giorno d’oggi, essendo la solitudine, e il dolore che ne deriva, parte costitutiva dell’umanità, che forse sta già vivendo una solitudine un po’ diversa da quella dantesca, la quale si presentava più dignitosa e meno desolata di quella odierna. Ma il poeta cileno non si ferma qui e delinea una solitudine più personale: Dante, rimasto senza la sua amata, costruisce un intero poema solo per dare voce al pensiero di Beatrice, rimasto inespresso in vita, in modo talmente perfetto da far sembrare che sia lei stessa a parlare, potendo vivere nella finzione letteraria quello che nella realtà non era stato loro concesso.

Arriviamo al binomio Beatrice-amore di cui si accennava sopra. L’amore permea l’intera opera fin dai primi versi, dove Dante, persosi nella ‘selva oscura’, incontra Virgilio, maestro e salvatore, inviato in suo soccorso dalla Vergine Maria, da Santa Lucia e da Beatrice. Bice, figlia di Folco dei Portinari, nata a Firenze nel 1266, sposata diciannovenne e morta cinque anni dopo il matrimonio, nella vita reale incontra Dante solo due volte, almeno secondo quanto riportato dallo stesso poeta. Ma quello che questi due presunti incontri suscitano nell’uomo è tanto forte da indurre Dante a dare all’amata figura il dono più grande: nella Vita Nova (1293-1295), attraverso trentuno liriche e quarantadue testi in prosa, Dante racconta il primo incontro con Beatrice all’età di nove anni, il successivo compiuti i diciotto, il sogno premonitore sulla morte della giovane, il tentativo di distogliere i suoi sentimenti corteggiando altre donne, la perdita del saluto da parte della ragazza per questa ‘deviazione amorosa’, il ritorno all’amore originale, l’effettiva morte di Beatrice, la disperazione e l’insinuarsi di una nuova ‘musa’ e di nuovi interessi filosofici. Quest’ultima ‘tentazione’ fa prendere a Dante la decisione finale di dedicarsi solo all’amore per Beatrice e alla verità consegnata agli uomini da Dio: nell’ultimo capitolo della Vita Nova afferma di non voler più scrivere di Beatrice finché la sua lingua non sarà in grado di parlare degnamente dell’amata, vista come anello di congiunzione fra lui e il Cielo. Come rimarcato da Zurita nei quattro incontri nella Biblioteca Nacional, proprio nella Vita Nova viene piantato il seme della Commedia, che diventa la promessa compiuta di parlare di Beatrice e di dirne “quello che mai non fue detto d’alcuna”. È l’amore sublime della donna che lo protegge e lo guida nel momento di massima perdizione, che lo accompagna fino a raggiungere un amore ancora più alto, quello di Dio; è l’amore di Dante verso Beatrice, l’amore per la verità divina, per il potere della poesia come salvezza dalla morte; è l’amore di Paolo e Francesca e di tutti gli uomini che sono pronti a morire in nome di tale sentimento. Ed è questo il punto cruciale: la Divina Commedia ci parla di un amore e di una passione senza limiti, che, uniti al potere della poesia, sopravvivono al dolore e alla morte. Zurita regala, a questo punto, un prezioso aneddoto a proposito del poeta surrealista francese Robert Desnos, prigioniero nel campo di concentramento nazista di Theresienstadt, dove sarebbe morto poco dopo la liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche. Proprio nel momento della liberazione, un soldato ceco, Joseph Stuma, lo riconosce fra i prigionieri, lo chiama per nome e il poeta risponde consegnandogli un foglietto su cui aveva riscritto, in modo più conciso, una delle sue poesie, J’ai tant rêvé de toi (“Ti ho tanto sognato”). Il poeta aveva passato, infatti, tutta la sua prigionia riscrivendo quella poesia d’amore, arrivando ad un testo essenziale, in cui rimanevano i concetti più importanti, quelli per cui, forse, davvero valeva la pena sopravvivere. Un gesto, questo, che si erge a simbolo della vittoria dell’amore sulla morte, come se il poeta fosse un moderno Cristo, che resuscita per trasmettere la parola dell’amore puro.

Se, come a questo punto sembra evidente, la Divina Commedia è effettivamente fondata e centrata sull’amore, allora è possibile asserire che anche un semplice sguardo possa avere un potere talmente grande da influenzare la storia della letteratura. Dante incrocia gli occhi di Beatrice un paio di volte e questo è sufficiente a far nascere nel poeta fiorentino la voglia, l’impegno e la necessità di scrivere un’opera meravigliosa, di combattere la solitudine umana e la morte con la poesia e l’immaginazione, strumenti che trascendono il tempo e lo spazio e che permettono a un uomo innamorato di concretare quei due incontri fugaci con la donna sempre amata, sanando la distanza fra due anime, fra il cielo e la terra, la vita e la morte. Ma la potenza di questa unione universale risiede soprattutto nel non esaurirsi nell’hinc et nunc dell’opera e del periodo in cui essa venne scritta, nel travalicare i confini del tempo ed arrivare fino ai giorni nostri non solo come grande verità umana, ma anche come preziosa eredità letteraria. Zurita sottolinea, a ragione, come questo legame (e la forza che ne deriva) fra sguardo, amore, vita e morte attraversi la poesia italiana, arrivando, per esempio, a Cesare Pavese e alla sua Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, testo pubblicato postumo e che sembra preannunciare di qualche mese il suicidio del poeta. Qui l’amore per l’attrice Constance Dowling si fonde con il presagio di morte che l’autore ormai sente costantemente, una morte che gli si presenterà tramite lo sguardo della donna. Tra l’altro, questa stessa poesia si chiude con un riferimento all’aldilà: tutti gli uomini (prima o poi) scenderanno “nel gorgo muti”. E anche un altro grande della letteratura italiana come Eugenio Montale sceglie il trio amore-morte-sguardo per salutare la moglie nella delicata Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale: Mosca, soprannome dato dal poeta alla moglie Drusilla Tanzi per la sua forte miopia, muore lasciandolo solo a destreggiarsi nella realtà di tutti giorni e a ricordare i momenti della loro quotidianità. Montale, nel suo infinito amore per la moglie, ammette come fosse lei quella con gli occhi più acuti, quella che meglio sapesse leggere la verità delle cose, molto più di lui, che, per necessità, doveva sorreggerla aiutandola a scendere gli scalini, che lei non riusciva a distinguere bene. Siamo oltre il classico binomio eros e thanatos, oltre l’unione fra sguardo e amore, ricorrente nella poesia da Cavalcanti e Guinizzelli a Shakespeare, da Petrarca a Merini e Prevért, un’unione che ritroviamo anche in altri generi letterari, come i trattati (Andrea Capellano, Sigmund Freud) o la prosa (un esempio su tutti, Dino Buzzati e il suo Un amore). In Dante, e nell’eredità letteraria e umana che ha lasciato, lo sguardo e l’amore che ne deriva incarnano la vittoria finale sulla morte, una morte non solo fisica, ma anche, e soprattutto, dell’anima, persa nella quotidianità, nella solitudine di un umanità smarrita nell’inferno dell’esistenza, piena di ‘selve oscure’, sull’orlo della perdizione, ma salvata in extremis da quattro occhi che casualmente s’incrociano: un incontro in cui il dolore si dissolve, si annulla la primordiale distanza fra cielo e terra e l’uomo, vedendo l’altro, può finalmente riconoscere se stesso.

(Silvia)

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Podemos, Guanyen, Ahora Madrid. Ovvero, il capolavoro politico della nuova sinistra spagnola

Il 25 maggio 2015 la maggior parte dei quotidiani italiani riportava una notizia che, più o meno, suonava così: “Madrid e Barcellona: trionfa Podemos alle amministrative spagnole”.

Da quando nel 2003 ho iniziato a occuparmi di Spagna, prima come studente poi come ricercatore, ho sempre provato una certa irritazione nei confronti della superficialità con cui la stampa italiana guarda al Paese iberico. Una superficialità che ha un riflesso preciso nel modo in cui la maggioranza degli italiani interpreta ciò che avviene in Spagna. E non potrebbe essere diverso visto che la stampa è il principale filtro attraverso il quale si conoscono i fatti che accadono oltre i Pirenei.

Venendo al caso delle elezioni comunali di Madrid e Barcellona sarebbe il caso di sottolineare che Podemos non ha vinto un bel niente per il semplice motivo che non ha partecipato alle elezioni, né come partito né con propri candidati in liste civiche. Podemos si è limitato a dare indicazione di voto ai suoi elettori, per altro dopo alcune trattative, come nel caso di Ada Colau, neo-sindaco di Barcellona e fondatrice di Barcelona en Comù, altrimenti nota come Guanyem. Stesso discorso è valido per Manuela Carmena, giudice del Tribunal Supremo spagnolo, e a capo della lista civica Ahora Madrid.

Cercherò ora di analizzare il caso di Barcellona e quello di Madrid in due modi distinti. Nel primo mi concentrerò sull’accordo elettorale tra Podemos e Guanyem. Nel secondo, invece, focalizzerò su quanto è successo immediatamente dopo la vittoria di Ahora Madrid.

Ada Colau è un’attivista dei movimenti sociali, ha lottato in prima linea contro gli sfratti nei confronti dei proprietari di immobili che non riuscivano a pagare il mutuo sulla prima (e unica) casa a causa della crisi economica che ha investito il Paese a partire dal 2010. È celebre una foto del neo-sindaco di Barcellona trascinato a forza da un agente di polizia durante uno sgombero. Colau non è quindi una politica di professione, ma proviene da quella che ultimamente si definisce come “società civile”. Il movimento che ha fondato si presenta come alternativa alla politica tradizionale catalana che, a livello comunale di Barcellona, ha sempre visto il dominio assoluto del Partito Socialista Catalano (PSC, emanazione barcellonese del PSOE, al governa della città dalla fine del franchismo e fino al 2010) e di Convergencia i Uniò (CiU, formazione democristiana molto potente a livello regionale). Il Partito Popolare (PP), per i catalani, non è mai stata un’opzione realmente valida.

L’elettorato al quale si rivolge Ada Colau è quello della sinistra barcellonese e catalanista. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza e marca la differenza tra Guanyem e Podemos: Pablo Iglesias è contrario all’indipendenza catalana e le sue posizioni in materia sono molto vicine a quelle del PSOE, ovvero per una riforma della Costituzione in senso federalista. Soprattutto per questa differenza di vedute con il movimento di Ada Colau, Iglesias capisce che presentandosi con Podemos a Barcellona non otterrebbe molto riscontro, anzi rischierebbe di frammentare il voto dell’elettorato di sinistra e, quindi, compromettere l’obiettivo principale del suo partito: mandare a casa la vecchia e corrotta classe politica iberica. Questo stesso ragionamento Iglesias lo applica a Madrid e in altri municipi della Spagna (altro elemento che i quotidiani italiani dimenticano è che si è votato in tutto il Paese!), ma è a Barcellona che risulta evidente la preparazione del giovane leader di Podemos, anche perché, contrariamente a quanto si possa credere, la società catalana ha nocciolo duro conservatore e cattolico che ha un peso elettorale e finanziario non indifferente. Decidendo di dare appoggio esterno a Guanyem, Iglesias indirizza il suo potenziale elettorato barcellonese verso un movimento che in molti punti del programma coincide con Podemos, ma che presenta alcune differenze sostanziali che, nel qui e ora della battaglia elettorale sono secondarie. Quindi Ada Colau acquista visibilità e risonanza mediatica grazie a Iglesias, ma mantiene autonomia e indipendenza: non un uomo di Podemos entrerà nella giunta del neo sindaco, né tanto meno ella sarà disposta a farsi condizionare da Madrid. In questo modo, e in maniera del tutto speculare a quanto fatto con Manuela Carmena (che, si noti, è un magistrato a fine carriera, attivista del Partito Comunista clandestino durante la dittatura, quindi con un profilo e un storia molto diversi quelli della quarantenne Ada Colau), Iglesias riesce a non disperdere il già frammentato voto della sinistra e quindi favorire la sconfitta dell’ex sindaco Trias.

A Madrid lo scenario pre-elettorale era diverso perché nella capitale Iglesias gioca in casa. Proprio per questo, e in vista delle elezioni generali di novembre in cui si eleggerà il nuovo Primo Ministro, decide di fare del caso Barcellona la norma, qui soprattutto per non bruciarsi. Quindi appoggia la candidatura di Manuela Carmena che, come nella capitale catalana ma per ragioni diverse, capta i voti dell’elettorato di sinistra stanco e deluso da PSOE e Izquierda Unida (una specie SEL). Il capolavoro politico di Iglesias, questa volta, è seguito dall’intelligenza di Manuela Carmena che, non appena visti i risultati e realizzato che godeva di una risicata maggioranza relativa, decide di aprire al PSOE per un accordo di governo sulla città capitale. Capisce, il magistrato, che chiudersi a riccio in un acritico rifiuto di scendere a patti con chicchessia sarebbe controproducente e favorirebbe il PP, che a Madrid governava da 20 anni e che aveva un candidato forte come Esperanza Aguirre. Questa coda del voto capitolino mi fa sorgere spontanea una domanda, anzi, mi riporta alla mente un’immagine precisa: mi ricordo di quando, nel 2013, il M5S decise in maniera scellerata di mandare al diavolo Bersani che proponeva loro di far parte del Governo, forse perché, allora come oggi, il Movimento è incapace di fare una proposta seria, di dare dei nomi di persone competenti e non calati dall’alto dal duo Grillo-Casaleggio. Lo scarto tra i Pentastellati e i movimenti come Podemos, Guanyem e Ahora Madrid sta esattamente in tutto ciò che avviene immediatamente prima e immediatamente dopo il voto. Iglesias, e tanto meno Colau o Carmena, non ha mai dichiarato di voler aprire le Cortes come una scatola tonno. I nuovi attori politici spagnoli si limitano a fare proposte concrete, di parte (la sinistra) e si organizzano in strutture che l’elettore riconosce. La forza di Podemos risiede proprio nell’essere allo stesso tempo un partito nuovo (liquido, che usa Internet) e tradizionale (con un segretario che va, anzi fa televisione).

A Barcellona Iglesias non ha imposto alcun marchio registrato ad Ada Colau, le ha dato appoggio in base a un programma in 10 punti che certamente era condivisibile da Podemos, ma senza l’obbligo di applicare il metodo Podemos al suo movimento e al suo modo di fare politica. A partire dal 25 maggio 2015 i destini di Colau e Iglesias si separano, pur continuando a condividere l’elettorato. Per questo, a Barcellona, ha vinto Barcelona en Comù: i barcellonesi hanno riconosciuto il movimento, è loro famigliare, ma allo stesso tempo rappresenta una novità.

A Madrid, invece, la decisione di Manuela Carmena di aprire ai socialisti non ha provocato né epurazioni, né tanto meno tragedie di massa 2.0. Era la cosa più logica da fare per dare vita a un processo di cambiamento che, oggi, sembra molto più realizzabile in Spagna che in Italia. Iglesias non ha gridato allo scandalo e gli elettori di Podemos non si sono scandalizzati. L’obiettivo non è un Far West politico dove vince il più forte, ma un lenta erosione del sistema che finora ha dominato in Spagna e che ha mostrato tutti i suoi limiti durante la crisi economica. Non è un caso, infatti, che Podemos, Guanyem e Ahora Madrid siano figli della crisi.

In ultima analisi, Iglesias ha avuto l’intelligenza di fare un passo indietro, mettersi in disparte e dare appoggio politico a chi ha una concezione della politica speculare a quella di Podemos (di sinistra, ambientalista, trasparente, ecc.). In questo modo ha ottenuto due risultati: ha scalzato la vecchia politica da Madrid e Barcellona e, nelle stesse città, sa che a novembre potrà contare su un elettorato numeroso. Se proprio vogliamo, più che di una vittoria si dovrebbe parlare di un’ottima strategia. Per quanto Pablo Iglesias sia in questo momento influente sull’elettorato spagnolo, senza le idee e la forza di Ada Colau, Manuela Carmena e di tutti gli attivisti dei due movimenti, dubito che oggi i partiti della vecchia politica spagnola si starebbero leccando le ferite. Ne è una dimostrazione il fatto che nel resto della Spagna, dove non sono nati movimenti speculari a quelli di Madrid e Barcellona, o per lo meno non con la stessa forza d’urto, il risultato più eclatante è forse la vittoria del Partito Nazionalista Vasco (che non è l’ETA) a San Sebastián. Ma non si tratta certo di una novità nel panorama politico iberico.

(A)

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Parole: libertà, potere, violenza

Dolore, sgomento, rabbia. Incredulità, paura, tristezza. Sì, tristezza sopratutto. Perché i fatti di Parigi della scorsa settimana mi hanno lasciato addosso soprattutto tanta tristezza. Il dolore e la violenza sono parte, purtroppo, della nostra quotidianità mediatica. Ci abbiamo, purtroppo, fatto l’abitudine. Ma quello che è successo nella capitale francese è per me qualcosa di allucinante. Per la sua totale follia. E per il suo essere accaduto qui, in Europa, dove – c’è poco da negarlo – non siamo per nulla abituati ad una violenza che si manifesta in questo modo.

Sì, è innegabile che lo shock maggiore sia stato dato dal fatto che ci sono state scene di guerra in una redazione giornalistica, un luogo per tutti lontano anni luce da quello di posto in cui possano verificarsi atti del genere. È innegabile che un’altra gran parte dello shock sia dovuta al fatto che siano stati uccisi dei vignettisti, dei redattori, persone che lavoravano con le parole, non con le armi. Ed è innegabile che altro shock sia legato a come siano stati uccisi anche dei poliziotti e degli ostaggi, questi ultimi semplici persone che si trovavano a far la spesa in un supermercato. Ma a colpirci, a colpire noi Europei, è anche il luogo dove è avvenuto tutto ciò, una grande città dell’Europa stessa, non una città lontana da noi. Non i soliti e lontani Stati Uniti, non una città ancor più lontana del Medio Oriente o dell’Africa. È successo qui, nel cuore dell’Europa, dove questi fatti sono quasi sempre visti come “cose degli altri, tragedie degli altri, dolori degli altri”.

La violenza è violenza, che accada a chilometri di distanza da casa nostra o che accada sotto i nostri occhi. Ma il modo in cui ci colpisce, ci riguarda, ci terrorizza non è lo stesso. Ed è proprio quando ti capita in prima persona, quando lo vivi sulla tua pelle che capisci ancora di più cosa significhi questo dolore, questa paura, questa cattiveria. Fa ancora più male, perché è ancora più forte. Semplicemente perché lo vivi tu e non qualcun altro.

Questi giorni di folle violenza a Parigi mi hanno resa triste, mi rendono tuttora triste anche per l’accanimento che ho visto su Facebook. Un accanimento mediatico, morboso, vergognoso, dove i giornali non si sono risparmiati nel tempestare di aggiornamenti, di sviluppi su quel che accadeva, quasi minuto per minuto. Dove questi stessi giornali hanno, ancora una volta, dimenticato, calpestato la loro etica deontologica e hanno reso spettacolo ciò che invece era semplicemente violenza e dolore. Dove questa overdose di notizie mi ha quasi disgustata, mi ha fatto sentire che stavamo spiando dal buco della serratura questa tragedia in corso, comodamente seduti sulle nostre sedie, poltrone, divani, quasi – e tutto ciò è allucinante – a goderci questo “spettacolo”. Dove, tutto questo, l’ho percepito come un’altra forma di violenza.

Ma anche l’accanimento delle persone comuni mi ha colpito. Non è certo la prima volta, ormai sui social network si legge di tutto da parte di chi commenta. Ma ancora non mi ci sono abituata e credo proprio non mi ci abituerò mai. Leggere insulti gratuiti e tristemente generici verso tutte le persone musulmane, leggere commenti con parole atroci e totalmente violente, leggere anche di chi ha giustificato quanto successo nella redazione di Charlie Hebdo mi ha di nuovo, per l’ennesima volta, dato la prova di quanto le parole che usiamo dicano tutto di noi, di ciò che pensiamo, di ciò in cui crediamo. Dov’è la fine della mia “libertà d’espressione” e l’inizio dell’insulto?

E tutto ciò, in questo caso, suona ancora più paradossale. Perché i vignettisti di Charlie Hebdo sapevano, sanno bene il potere delle loro parole, ne sono consapevoli. E non lo negano, non lo rinnegano, lo usano scientemente. Che poi la loro satira sia molto criticabile, è un altro discorso. Che poi il confine con l’insulto sia molto sottile, è anche questo un altro discorso. Ma questi vignettisti sapevano, sanno cosa facevano e cosa fanno con le loro parole. E lo continuano a rivendicare, giusto o sbagliato che sia.

Chi commenta oggi su Facebook, invece, non fa quasi mai un uso consapevole della parola. Non fa satira, non fa caricature, non usa messaggi duri per ironizzare, dissacrare, criticare. O persino insultare. La maggior parte delle persone che commenta su questo social network non dà peso alle sue parole, le tratta ancora come solo parole, non ne riconosce il giusto valore, non se ne assume la responsabilità. O forse sì, lo fa, ma in modo codardo, perché protetto non solo da uno schermo, ma da un sito web che non gli riconosce alcuna responsabilità. Perché interpreta il diritto alla libertà d’espressione come un diritto senza alcun limite.

Due pesi e due misure di usare le parole e la loro potenza. Consapevole e ragionato – ma non per questo per forza giusto – da parte di chi riconosce il peso delle parole. Non ragionato da parte di chi, invece, le vede solo come mezzo con cui dar libero sfogo a tutto ciò che gli passa per la testa.

Il confine tra la mia libertà e quella altrui è sempre da tenere in conto, anche parlando di libertà d’espressione, perché nessuna libertà è infinita. Ma bisognerebbe anche imparare a tenere in conto il potere delle parole, che si lavori o meno con esse. Perché le parole sono sempre un’azione. E ad ogni azione, come sappiamo, corrisponde sempre una reazione. Non sempre, però, uguale e contraria.

(Lau)

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Spagna: una Monarchia che vorrebbe (di nuovo) diventare Repubblica

Il 2 giugno 2014 passerà alla storia per l’abdicazione di Juan Carlos I, Re di Spagna, in favore di suo figlio, che diventerà sovrano con il nome di Felipe VI. Nell’ultimo anno, in Europa, anche la Regina d’Olanda e il Re del Belgio hanno lasciato il passo ai loro figli. Ormai anziani, hanno preferito dare un aspetto più giovane a un’istituzione, la monarchia, che nell’Unione Europea del XXI secolo suona un po’ anacronistica. E anche il più conservatore degli Stati del Vecchio Continente, il Vaticano, ha a suo modo recentemente conosciuto un radicale rinnovamento con “l’abdicazione” di Benedetto XVI.

Non conosco a fondo i meccanismi di Olanda, Belgio e Vaticano, quindi non posso dire quanto queste abdicazioni siano importanti o sorprendenti. Nel caso della Spagna, però, mi sento nella posizione di assicurare che il passo indietro di don Juan Carlos I mi ha spiazzato. Juan Carlos divenne Re nel 1975, pochi giorni dopo la morte di Francisco Franco, che lo aveva lui stesso designato suo successore come Capo di Stato spagnolo. L’ultimo Re prima di lui era stato Alfonso XIII, suo nonno, destituito dall’ondata liberale che portò a Madrid la II Repubblica; l’avventura repubblicana durò il tempo di un lustro: nel 1936 la guerra civile pose fine a questa esperienza, che dopo tre anni di conflitto lasciò a sua volta la scena ad una dittatura fascista, terminata solo con la morte del suo principale esponente, il generalísimo Francisco Franco, nel 1975.

Questa parentesi storica serve a capire che don Juan Carlos è stato il primo Re spagnolo del post-franchismo. Ma non solo. Il neo sovrano avrebbe potuto mantenere vigente la costituzione della dittatura e mantenere nella sua persona un potere del tutto identico a quello che aveva avuto Franco. Avrebbe potuto essere un sovrano assoluto. Non lo fece, però, ed avviò un lento e pacifico processo di democratizzazione, complice una società, quella spagnola della metà degli anni ’70, ansiosa di tornare a vivere in libertà.

Nel 1978 venne promulgata la nuova legge fondamentale spagnola tutt’ora in vigore. Il più sembrava fatto, allora. Ma la minaccia del golpe era dietro l’angolo. Il 23 febbraio 1981, il colonnello della Guardia Civil Tejero, entrò nel Parlamento spagnolo a mitra spiegato. L’aspirante dittatore non fece i conti con il proprio sovrano, che si rifiutò di nominarlo Capo del Governo e mantenne saldo tra le mani il timone della democrazia.

Don Juan Carlos è, quindi, la personificazione stessa dell’attuale regime spagnolo: ne ha favorito la nascita e garantito la sopravvivenza per permettere a tutti gli spagnoli di continuare a essere liberi. Forse anche per questo gli scandali che negli ultimi anni lo hanno coinvolto, e con lui l’intera famiglia reale, hanno fortemente indebolito l’istituzione monarchica.

Felipe eredita un trono al minimo storico di popolarità. Non sarà facile per lui risalire la china del gradimento ed arrivare a essere non tanto il Re di tutti gli spagnoli, quanto il Re voluto da tutti gli spagnoli. Il nuovo sovrano non è aiutato neanche dalla Costituzione che ha, al suo interno, una lacuna enorme: l’articolo 57.5 infatti non specifica le procedure da seguire per la successione al trono. Ma non solo: non è neanche regolamentata la posizione giuridica che acquisirà don Juan Carlos, giacché a partire dal momento in cui suo figlio Felipe sarà incoronato, egli potrà essere giudicato da un tribunale – gli scandali che hanno coinvolto alcuni Borbone negli ultimi anni rendono la materia particolarmente spinosa. E lo stesso vale per sua moglie, la Regina Sofia: i suoi privilegi saranno ereditati da Letizia, moglie del futuro sovrano. Inoltre, non è chiaro se e quale indennità pensionistica sarà prevista per il Re a riposo e per sua moglie.

Questi sono solo alcuni vuoti legislativi contenuti nella Costituzione (altri riguardano le Comunità Autonome e sono alla base delle rivendicazioni indipendentiste di Catalogna, Paesi Baschi e Galizia). Il governo di Rajoy dovrà, a partire da oggi, colmare le lacune inerenti la successione al trono, mentre in buona parte del Paese gli spagnoli già reclamano a gran voce il diritto di poter finalmente scegliere tra Monarchia e Repubblica. Per molti, infatti, bisognerebbe tornare a quel regime democratico che venne sospeso dal pronunciamiento di quattro generali, tra cui Franco, del 18 luglio del 1936 e che rappresenta il primo atto della guerra che portò al potere il generalísimo. Tutto quello che, nonostante gli scandali, ha rappresentato don Juan Carlos I non lo rappresenta il figlio Felipe, che viene visto, specie in questi anni di crisi, come il rampollo viziato di un’istituzione antidemocratica e anacronistica.

La contingenza storica ed economica che sta vivendo oggi la Spagna fa sì che per gran parte della popolazione sia totalmente inspiegabile che certe famiglie godano di tali privilegi; che uno Stato si possa ereditare di padre in figlio come se fosse un’azienda. Inoltre, la Monarchia rappresenterebbe anche un elemento di continuità con il periodo franchista. Fu, infatti, come detto sopra, il generalísimo a nominare don Juan Carlos I suo successore alla guida dello Stato spagnolo. Ma mentre quest’ultimo si è poi in qualche modo guadagnato sul campo tale titolo, non è la stessa cosa con Felipe. Ieri, sui social network, circolava una battuta di questo tipo: “Si è dimesso il Capo di Stato, ora bisognerà eleggerne un altro. Anzi, no. Noi non possiamo eleggerlo”.

Contrariamente al Regno Unito, il movimento repubblicano in Spagna è sempre stato forte. Esistono addirittura dei piccoli comuni che espongono, accanto a quella monarchica e a quella europea, la bandiera repubblicana: tre bande orizzontali, rossa, gialla e viola. Da ieri il trasversale movimento repubblicano spagnolo ha acquisito nuovo vigore e si è immediatamente riversato nelle due piazze spagnole simbolo della protesta degli indignados del 2011: Puerta del Sol, a Madrid, e Plaça Catalunya, a Barcellona. Quest’ultima, al movimento repubblicano somma quello indipendentista catalano. Non è un mistero che la Comunità Autonoma della Catalogna è la parte di Spagna in cui, da sempre, l’istituzione monarchica gode di minore seguito (si pensi che il principale teatro barcellonese, che è anche il più importante teatro dell’opera spagnolo, il Liceu, non ha un palco reale).

Non si può non constatare, però, che sia PP che PSOE (i due maggiori partiti spagnoli), e i principali organi d’informazione (a partire da El País), sono in larga maggioranza monarchici. Accanto ai vari partiti indipendentisti, l’unica formazione che reclama un referendum, attraverso il quale i cittadini spagnoli possano esprimere quale forma di Stato preferiscano, è IP (Izquierda Plural) e il suo peso alle Cortes è davvero misero. La cosa più probabile, purtroppo, è che questo movimento pacifico e sempre più numeroso veda disattesa la sua unica richiesta: la possibilità di scegliere e, magari, smarcarsi da una Casa Reale che la maggioranza degli spagnoli cacciò nel 1931 e che un dittatore fascista richiamò più di quarant’anni dopo.

(A.)

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Astensione: la solitudine del dubbio

Ancora una volta il dato sull’astensione relativo a queste ultime elezioni è alto (più del 40%). Non come in Repubblica Ceca (80%) o in Olanda (60%), ma comunque alto per gli standard dell’Italia che, lo ricordo, è uno dei paesi in cui si vota di più nel mondo.

Se fino all’anno scorso avrei fortemente criticato chi in Italia si astiene, questa volta non mi sento di crocifiggere chi ha deciso, scientemente, di non recarsi alle urne. Mi riferisco ad una precisa tipologia di non votante: colui che è sempre andato a votare, ha sempre esercitato questo fondamentale diritto, uno dei pochi strumenti di partecipazione concreta alla vita pubblica di un paese, e che ha deciso questa volta, per la prima volta, di astenersi. Non me la sento perché posso capire le ragioni della sua scelta.

Provo a mettermi nei suoi panni. Penso si tratterebbe di una persona che non fa le cose tanto per farle, quindi non andrebbe mai a mettere la crocetta su un simbolo a caso di un partito minore che non raggiungerebbe mai il 4%. Né penso gli piacerebbe la strategia della scheda bianca, del voto nullo o della messa a verbale del fatto che non c’è partito che lo rappresenta. Per anni magari ha sempre votato il meno peggio, la sua crocetta è sempre stata frutto di quello che reputava un compromesso tra la sua visione del mondo ed il programma elettorale dei partiti. Ma questa volta, avrebbe pensato che anche il meno peggio sarebbe stato di gran lunga una pessima scelta.

La retorica di parenti e amici che gli avrebbero fatto la predica gli sarebbe sembrata ridicola: tra di loro ce ne sarebbero sicuramente stati molti, anzi moltissimi, che per anni non hanno mai apposto alcun timbro sulla scheda elettorale, salvo poi diventare cittadini modello di fronte a un Matteo Renzi o a un Beppe Grillo. E gli avrebbero anche citato Gaber, con la sua frase “Libertà è partecipazione”. “Sì”, avrebbe risposto, “anche a me piace mister G”, ma avrebbe poi continuato: “Cosa significa partecipare? Significa andare a votare un partito guidato da un bugiardo ambizioso? Significa votare un movimento che inneggia a processi popolari, dimenticandosi che quel briciolo di giustizia in Italia lo dobbiamo esclusivamente ad alcuni magistrati che hanno saputo e sanno mantenersi indipendenti e integerrimi di fronte al decadimento che ci circonda? No”.

A questo punto avrebbe poi cercato di spiegare cosa significhi per lui partecipare: “Credo che partecipare significhi contribuire ogni giorno a far sì che un domani l’Italia sia un Paese migliore. Credo che partecipare voglia dire essere coerenti tra quello che si dice e quello che si fa. Credo che significhi non vergognarsi di essere onesto, di essere trasparente, di rompere le scatole. Credo che significhi guardare alla realtà che ci circonda con occhio critico. E dirò di più. La libertà sarà partecipazione come sostiene Gaber, ma essere liberi significa avere dei dubbi. In un mondo in cui tutti hanno la convinzione di essere dalla parte del giusto, di avere la verità assoluta a portata di mano, dubitare è un atto rivoluzionario. Ma soprattutto è sinonimo di solitudine, perché nella massa dei profeti convinti di non avere ideologia ti ritrovi solo, senza interlocutori se non qualche altro povero pazzo come te. Nelle parole di Herman Hesse la solitudine è indipendenza e la storia ci insegna che indipendenza è libertà”.

La retorica si sarebbe anche spinta nel ricordare i caduti per la patria, andando indietro nel tempo, per lo meno, fino ai moti carbonari. Sarebbe arrivata, puntuale, una frase tra quelle di Pertini o di Berlinguer, riscattato quest’ultimo vergognosamente solo dopo trent’anni di oblio da mezzo emiciclo.

Ciò che più mi rattrista è però l’ipocrisia che serpeggia dietro queste molto probabili critiche. Perché per chi ha sempre votato, credendoci, astenersi può equivalere non a una protesta, ma a una resa. Significa non trovare ragioni per andare a mettere quella crocetta su un simbolo, se non altro per non far vincere quell’altro che proprio non sopporti. È una sconfitta, questa, per tutti noi. Anche per coloro che hanno alle spalle una brillante carriera da astensionisti e oggi si permettono di fare la morale a tutto il Paese, senza conoscerne la storia.

Credo che, in parte, le ragioni dell’astensione appena verificatasi vadano anche ricercate nei risultati di questo voto. Domenica sera su La7, Marco Travaglio ha detto che gli italiani hanno trovato un nuovo “uomo solo al comando”, un nuovo “capo popolo”. Certamente ha ragione. Ma sarebbe stato lo stesso se avesse vinto il M5S. Che l’eroe del giorno sia Matteo Renzi o Beppe Grillo, poco cambia. L’italiano ha sempre bisogno di qualcuno che dia una rotta, che gli spieghi “quello che pensa”.

Ecco che, vista sotto questo punto di vista, l’astensione potrebbe assumere i connotati dell’indipendenza. A dire: “Non ci sto a farmi ingabbiare il pensiero nelle vostre maglie”. Ma, purtroppo, non funziona così. Democrazia è compromesso. Non è l’ombrello migliore che abbiamo trovato, ma ci ripara dal temporale del regime totalitario.

Infine, un breve commento ai risultati delle elezioni. Matteo Renzi, e il PD, godono di ottima salute. Ma guardando alle cifre si scopre che i voti ottenuti dal partito di via del Nazareno sono 11 milioni, niente più e niente meno che il solito zoccolo duro del centro sinistra. Il M5S arretra, perde circa tre milioni di voti che si disperdono, come dimostrano i dati pubblicati su Wired.it, tra PD, L’altra Europa per Tsipras e gli astenuti. FI, da parte sua, si liquida e, anzi, sotto certi punti di vista le va anche di lusso. In un Paese una tacca più normale del nostro sarebbe sotto il 10%. NCD conferma di non essere mai esistito, Scelta Civica sparisce (i voti di Monti sono confluiti nel PD, a dimostrazione del fatto che il partito di Renzi si è spostato al centro) e la Lega recupera, avanza, ritrova se stessa. Credo che il dato del partito di Salvini sia indicativo: ha ottenuto il massimo che poteva ottenere con una campagna semplice, impostata su “poche idee, in compenso fisse”, spiegate (e non urlate (!)) con la chiarezza di due parole: basta euro. Non concordo su nulla di quello che dice il Segretario leghista, ma devo ammettere che la sua campagna è stata strepitosa. Ha rianimato un cadavere e fatto leva sulla memoria cortissima degli italiani: nessuno si ricorda più dei vari Belsito e del cerchio magico di Bossi.

Ma la cosa più sconcertante credo sia l’illusione di molti italiani che pensavano che un voto come quello del 25 maggio potesse realmente cambiare l’Italia, un Paese che non ha mutato la sua natura nonostante una dittatura fascista, due guerre mondiali, gli anni di piombo, le stragi di mafia e tangentopoli. Il mio non è disfattismo, è la constatazione della natura del mio “amatissimo e perfido” Paese, un luogo in cui il bello e il brutto, il dicibile e l’indicibile, convivono e si nutrono vicendevolmente.

Così è, se vi pare.

(A.)

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Ipocrisia 2.0

Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole“.
(Dal Vocabolario Treccani)

Così si può brevemente definire l’ipocrisia, da sempre un male – perché di questo si tratta – dell’essere umano, qualcosa che purtroppo è insito in ciascuno di noi in quanto uomo. E che oggi sta arrivando a picchi preoccupanti. Forse (anche) per colpa dei social network.

Che ci piaccia o no, ormai i social media come Facebook sono all’ordine del giorno, sono sulla bocca di tutti. E sui computer o smartphone di tutti. Li utilizziamo, ci conviviamo e quello che ci si può trovare non sono solo articoli, fotografie, video. Il più delle volte sono i commenti delle persone, i loro “status”, le loro considerazioni ad avere un peso (sociale) maggiore. Perché Facebook è nato originariamente proprio per questo, per mettere in contatto le persone e farle “dialogare”. Ed è proprio qui, in questi contesti discorsivi, che molti danno il meglio di sé con l’ipocrisia. O meglio, il peggio.

Perché se è facile scrivere frasi lacrimevoli per i più bisognosi, mettere il famoso “mi piace” ad una foto che ritrae un bambino povero, un gattino abbandonato o una persona gravemente malata, se è così facile scrivere parole di conforto verso sconosciuti o verso personaggi famosi, se è cosi facile vedere molti autoproclamarsi difensori del bene assoluto, non è altrettanto facile comportarsi di conseguenza. E spesso sono queste stesse persone “pie” ad agire in modo totalmente opposto. Coi fatti o con altre loro parole sempre sullo stesso Facebook. Quasi si trattasse di persone con una personalità bipolare.

Non penso di scrivere nulla di che con queste mio post, di rivelare chissà quale scoperta. Tutto nasce da semplici osservazioni come utente di Facebook. Quello che vi sto dicendo immagino lo abbiate visto, più e più volte, coi vostri occhi. Ma ho voluto metterlo qui nero su bianco, per rifletterci su. E per chiamare le cose coi loro nomi.

C’è chi condivide foto di Emergency, ma poi ha parole dal sapore filorazzista sugli immigrati in Italia; chi condivide foto di personaggi politici di grande spessore morale, ma poi parteggia per un partito pieno di indagati o che fa dell’insulto la sua bandiera; chi scrive frasi sulla sensibilità e sul rispetto, sulla comprensione altrui, ma poi insulta le persone per categorie perché “colpevoli di esser di quella categoria” o non ascolta se non la propria voce e le proprie costanti lamentele.

C’è chi si lamenta di non esser compreso, chi se la prende con l’indifferenza della gente, ma poi nella vita faccia a faccia, quella reale, aggredisce chi non è come piace a lui. C’è chi soffre veramente, ma che scrive parole taglienti contro altre persone che soffrono, come se il dolore non fosse uguale per tutti. C’è chi si sente il paladino della giustizia, il portatore del nuovo verbo e della nuova legalità, ma poi è il primo a fare le cose in nero o a fare il furbetto italiano.

L’ipocrisia non l’ha certo inventata l’era dei social network, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Ma ad oggi, in un mondo iperconnesso, in cui tutti possiamo dire la nostra in qualsiasi momento, semplicemente collegandoci ad un social media, tutto è più amplificato. Non maggiormente palese, perché i comportamenti ipocriti si son sempre visti, ma ora tutto è più rapido, amplificato, ostentato e senza filtri. E questi nuovi mezzi di massa hanno decisamente cambiato il mondo della comunicazione, personale ed istituzionale.

Tacciare i social media di superficialità, ritenerli semplici contenitori che non hanno nulla a che fare con la vita reale, trattarli con sufficienza non ci rende intellettualmente superiori, tutt’altro. Gran parte della nostra vita sociale – e non solo – passa ormai attraverso loro; le persone li trattano come vere e proprie piazze in cui metter in tavola la propria vita, giusto o sbagliato che sia; la stampa ormai non può praticamente farne a meno.

Dobbiamo prendere atto di tutto ciò, analizzare la questione, chiederci, tra le altre cose, come mai ora siamo dal “tasto facile”, come mai scriviamo spesso di impulso o peggio senza freni inibitori. Dando vita, in molti casi, proprio ad esternazioni solo ripiene di tanta, tanta ipocrisia.

(L.)

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